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Biennale e La Fenice, Orfini: “Altro che egemonia culturale, la destra ha saputo solo occupare”

Matteo Orfini

 

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Il deputato dem: “Venezia è diventata un po’ l’epicentro del loro testacoda. Un altro clamoroso pasticcio”
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ROMA – «Alla Fenice finisce nell’unico modo possibile, nella polvere. Alla Biennale si consuma uno spettacolo triste e imbarazzante».

Matteo Orfini, già presidente Pd, oggi siede in commissione Cultura e non è sorpreso neanche un po’.

È solo l’ossessione dell’egemonia culturale a far deragliare i progetti del governo? O c’è dell’altro?

«Quell’ossessione gioca un serio ruolo. Perché si traduce in una spinta primaria al comando, all’occupazione delle caselle, al controllo. Che poi è quella che ti manda a sbattere. Specie se, per privilegiare quella priorità, scegli personaggi trucidi. Che decidono di tagliare i fondi al docufilm su Giulio Regeni, opera giudicata “non meritevole di sostegno pubblico”, una vergogna difficile da dimenticare».

Lì, dopo lo scaricabarile, è intervenuto il ministro Giuli.

«Che infatti intende mettere la toppa a una grave caduta, gliene va dato atto. Ma in generale, la sua idea di egemonia culturale non mi pare si discosti da quella del suo predecessore Sangiul…

ROMA – «Alla Fenice finisce nell’unico modo possibile, nella polvere. Alla Biennale si consuma uno spettacolo triste e imbarazzante».

Matteo Orfini, già presidente Pd, oggi siede in commissione Cultura e non è sorpreso neanche un po’.

È solo l’ossessione dell’egemonia culturale a far deragliare i progetti del governo? O c’è dell’altro?

«Quell’ossessione gioca un serio ruolo. Perché si traduce in una spinta primaria al comando, all’occupazione delle caselle, al controllo. Che poi è quella che ti manda a sbattere. Specie se, per privilegiare quella priorità, scegli personaggi trucidi. Che decidono di tagliare i fondi al docufilm su Giulio Regeni, opera giudicata “non meritevole di sostegno pubblico”, una vergogna difficile da dimenticare».

Lì, dopo lo scaricabarile, è intervenuto il ministro Giuli.

«Che infatti intende mettere la toppa a una grave caduta, gliene va dato atto. Ma in generale, la sua idea di egemonia culturale non mi pare si discosti da quella del suo predecessore Sangiuliano. Entrambi dicono spesso d’aver letto Gramsci, ma non so se l’hanno capito...»

Il caso Venezi solo come l’ennesimo paradigma di un’idea di cultura targata destra?

«Sì, tra forzature inaccettabili nelle scelte e anche la mancanza di rispetto delle istituzioni. Che invece devono essere indotte a dare il massimo. A funzionare meglio, e non peggio, sotto il peso di nomine o decisioni che sembrano avere il pallino dell’occupazione. È il caso di dire che porta male pensare di poter cambiare il naturale percorso di un organo o di un settore produttivo e culturale con un colpo di bacchetta, per dirla alla Venezi».

Poi c’è il caso Biennale: lo scontro tutto interno sul padiglione Russia.

«Infatti Venezia è un po’ l’epicentro del loro testacoda culturale. Un altro clamoroso pasticcio. Che si aggiunge alla vicenda drammatica del tax credit e alla sofferenza in cui versa il cinema italiano. O ai tagli sui festival: sia quelli di pregio, sia gli altri, sperimentali, che più hanno bisogno di sostegno, perché rivolti a nuovi linguaggi, istanze. E sono stati penalizzati da nord a sud. Manca a destra questo basilare concetto della cultura...».

Quale?

«Più ce n’è, più è plurale, più cresce la qualità e la solidità di una democrazia».

È solo un bilancio fallimentare? L’obiezione è che il Pd sulla cultura ha “messo i suoi”, fatto errori e voce grossa, in passato.

«Abbiamo commesso degli errori? Sì. Ma no, non si sceglievano “solo i nostri”, si cercava la qualità. Faccio sempre l’esempio di Eike Schmidt: da noi nominato a guidare gli Uffizi. Poi lui si è cadidato con la destra. Ma la cultura non ha bisogno di fedelissimi. Solo di libertà e di merito».

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