Quell’arancino sulla tomba di Camilleri
Raffaella De Santis , di RAFFAELLA DE SANTISUna settimana fa se ne andava il grande scrittore. Siamo andati al cimitero degli inglesi di Roma. Dove i lettori lasciano messaggi, sigarette, marmellate e l’acqua del mare di Sicilia
L'ultimo omaggio è un arancino, di quelli a punta che si mangiano nel catanese e che fanno arrabbiare i palermitani. Appoggiato con cura sulla terra ancora smossa che aspetta la lapide di Andrea Camilleri, ai piedi di un piccolo ulivo, quell'arancino, protetto dalla carta perché non si sporchi, è l'omaggio per eccellenza, è il conforto delle cose terrene per l'ultimo viaggio.
Chi va a trovare Camilleri al cimitero acattolico di Roma non si presenta a mani vuote. Bisogna guardarli uno a uno gli oggetti che di giorno in giorno i lettori depongono sulla sua tomba. Sono simboli, pezzi di vita da portarsi nell'aldilà, come si faceva negli antichi rituali funebri. Racchiudono la cartografia di un alfabeto sentimentale. Ci sono le immancabili sigarette, che lo scrittore non potrà più addrumare, cioè accendere, né rotolare tra il pollice e l'indice per saggiarne la consistenza. C'è un mazzetto d…
Chi va a trovare Camilleri al cimitero acattolico di Roma non si presenta a mani vuote. Bisogna guardarli uno a uno gli oggetti che di giorno in giorno i lettori depongono sulla sua tomba. Sono simboli, pezzi di vita da portarsi nell'aldilà, come si faceva negli antichi rituali funebri. Racchiudono la cartografia di un alfabeto sentimentale. Ci sono le immancabili sigarette, che lo scrittore non potrà più addrumare, cioè accendere, né rotolare tra il pollice e l'indice per saggiarne la consistenza. C'è un mazzetto d…
L'ultimo omaggio è un arancino, di quelli a punta che si mangiano nel catanese e che fanno arrabbiare i palermitani. Appoggiato con cura sulla terra ancora smossa che aspetta la lapide di Andrea Camilleri, ai piedi di un piccolo ulivo, quell'arancino, protetto dalla carta perché non si sporchi, è l'omaggio per eccellenza, è il conforto delle cose terrene per l'ultimo viaggio.
Chi va a trovare Camilleri al cimitero acattolico di Roma non si presenta a mani vuote. Bisogna guardarli uno a uno gli oggetti che di giorno in giorno i lettori depongono sulla sua tomba. Sono simboli, pezzi di vita da portarsi nell'aldilà, come si faceva negli antichi rituali funebri. Racchiudono la cartografia di un alfabeto sentimentale. Ci sono le immancabili sigarette, che lo scrittore non potrà più addrumare, cioè accendere, né rotolare tra il pollice e l'indice per saggiarne la consistenza. C'è un mazzetto di garofani rossi piantato nel terreno. A fianco un'anfora di terracotta e un vasetto pieno di acqua e conchiglie. Qualcuno ha voluto portargli qui il mare. Quel mare che prima di diventare l'acqua di Vigàta è stato il regno delle avventure amatissime di Conrad e Melville, gli autori che avevano fatto scoprire al giovane Camilleri l'amore della lettura. In quel vasetto deposto lì a rappresentare la Sicilia è contenuta la forma dell'acqua, che è poi il titolo del primo romanzo della serie di Montalbano. Non sono oggetti qualsiasi, gli piaceranno non solo perché lo ricordano, ne citano i vizi reali e i tic letterari. Gli piaceranno perché Camilleri amava le cose della vita, il corpo, gli elementi.
A Marino Sinibaldi che lo aveva invitato a parlare di felicità al festival Libri Come aveva detto: "La felicità per me non ha motivazioni, non ne ha mai avute, per me è fatta di cose ridicole... Io la felicità l'ho trovata sempre nelle cose terrene, concrete, negli odori, nei sapori, nei rapporti umani, non nella letteratura". I lettori lo sanno, l'hanno capito. E allora vengono qui, in fondo al vialetto che si apre con la tomba di Gramsci e si chiude con quella di Camilleri, portando cose vere, perfino un barattolo di confettura di more. La letteratura in realtà si affaccia, ma non sarà un caso se il libretto che qualcuno ha lasciato tra foglietti e cicche è un breve scritto di Umberto Saba intitolato Le polpette al pomodoro in cui il poeta ricorda alla figlia Linuccia la madre Lina, la compagna di una vita morta nel 1956. Lo fa attraverso i suoi piatti. Le polpette come gli arancini preparati dalla cammarera Adelina sono un "centro affettivo", irradiano calore. "Se dicessi che erano amore, non ti direi, con questo, nulla di nuovo".
All'ora di pranzo, mentre le strade di Roma si svuotano per l'afa estiva, una guida turistica decide di dirottare un gruppetto di americani a vedere la tomba di Camilleri. Vi arrivano prima di passare a salutare Shelley o Keats. Sarà una coincidenza ma la guida porta con sé un sacchetto con un pasto al sacco per la comitiva. Per un attimo il ragazzo sembra indeciso se lasciare o meno qualcosa di commestibile ai piedi dell'ulivo. Una donna è venuta a trovare suo figlio, sepolto non lontano, ma poi anche lei passa qui, a salutare: "Era vecchio è vero ma aveva ancora tante cose da dire". Nel giro di un'ora arrivano altri lettori. Un'insegnante, Palma Arpino, gira intorno alla terra sorridendo. "Ero di passaggio qui a Testaccio per sbrigare alcune commissioni in banca e mi sono detta: perché non andare?".
All'ingresso del cimitero, tra le lapidi marmoree e le indicazioni ai sarcofagi monumentali, colpisce un piccolo cartellino plastificato: "Tomba di Andrea Camilleri. Zona 3; Riq 1; Fila 1". È facile trovarla, è vicino all'Angelo della Resurrezione che sovrasta la lapide dello scultore americano Franklin Simmons e di sua moglie Ella Bourne Slocum. Sul fatto che sia a pochi passi da Gramsci la signora Rita, una volontaria che fa da custode al cimitero, assicura che si tratta di una casualità. Racconta di un viavai continuo di persone che vengono ad "omaggiare il Maestro". Studenti, gente del quartiere, turisti.
Proprio due giorni fa Romina ha lasciato un foglietto. È scritto a penna, datato 22 luglio. In alto una citazione tratta dall'Età del dubbio: "In amuri la ragione si dimette o va in aspettativa". Il saluto è condensato in poche righe. Un ringraziamento non tanto per Montalbano, ma per la saggezza delle parole che lo scrittore pronunciava fuori dalla cornice letteraria, per la sua "analisi lucida e disincantata" della realtà di tutti i giorni, per la serenità con cui prendeva posizione: "La serenità di poter dire quello che è senza remore sulle vicende di questa società alla deriva non potrà essere compensata con niente". Gli odiatori, quelli che sui social avevano cercato di infangare l'affetto con parole di stizza, qui non ci sono. Al contrario ieri un sole avvampante rendeva metafisico lo scenario, assoluti i segni tangibili dell'amore dei lettori. E le coincidenze. Prima fra tutte quella di riposare vicino a Gramsci, che per uno che aveva esordito nella sinistra del dopoguerra fondando a Porto Empedocle un falso partito comunista è quanto di meglio si possa auspicare.
Chissà se Camilleri potrà taliare il mare nel barattolo, i fiori, la confettura, le sigarette. Se gli verrà voglia di arrubbare l'arancino. È messo lì a posta. Adelina, la cameriera del commissario Montalbano, dedicava ore a cucinarli. Camilleri lo aveva raccontato: "Ci metteva due jornate sane a pripararli. Ne sapeva, a memoria, la ricetta". Sembrano semplici gli arancini (Camilleri, con buona pace delle arancine palermitane, li chiama al maschile) ma sono laboriosissimi. Va fatto il giorno prima "un aggrassato di vitellone e di maiale" che deve "còciri a foco lentissimo per ore e ore" e poi un risotto "alla milanìsa" e dopo infiniti passaggi, alla fine "s'infilano in una padeddra d'oglio bollente e si fanno friggere fino a quando pigliano un colore d'oro vecchio". Un arancino per Camilleri non è mica solo un arancino, è una zona della memoria, custodisce i sapori e i profumi della vita.
Chi va a trovare Camilleri al cimitero acattolico di Roma non si presenta a mani vuote. Bisogna guardarli uno a uno gli oggetti che di giorno in giorno i lettori depongono sulla sua tomba. Sono simboli, pezzi di vita da portarsi nell'aldilà, come si faceva negli antichi rituali funebri. Racchiudono la cartografia di un alfabeto sentimentale. Ci sono le immancabili sigarette, che lo scrittore non potrà più addrumare, cioè accendere, né rotolare tra il pollice e l'indice per saggiarne la consistenza. C'è un mazzetto di garofani rossi piantato nel terreno. A fianco un'anfora di terracotta e un vasetto pieno di acqua e conchiglie. Qualcuno ha voluto portargli qui il mare. Quel mare che prima di diventare l'acqua di Vigàta è stato il regno delle avventure amatissime di Conrad e Melville, gli autori che avevano fatto scoprire al giovane Camilleri l'amore della lettura. In quel vasetto deposto lì a rappresentare la Sicilia è contenuta la forma dell'acqua, che è poi il titolo del primo romanzo della serie di Montalbano. Non sono oggetti qualsiasi, gli piaceranno non solo perché lo ricordano, ne citano i vizi reali e i tic letterari. Gli piaceranno perché Camilleri amava le cose della vita, il corpo, gli elementi.
A Marino Sinibaldi che lo aveva invitato a parlare di felicità al festival Libri Come aveva detto: "La felicità per me non ha motivazioni, non ne ha mai avute, per me è fatta di cose ridicole... Io la felicità l'ho trovata sempre nelle cose terrene, concrete, negli odori, nei sapori, nei rapporti umani, non nella letteratura". I lettori lo sanno, l'hanno capito. E allora vengono qui, in fondo al vialetto che si apre con la tomba di Gramsci e si chiude con quella di Camilleri, portando cose vere, perfino un barattolo di confettura di more. La letteratura in realtà si affaccia, ma non sarà un caso se il libretto che qualcuno ha lasciato tra foglietti e cicche è un breve scritto di Umberto Saba intitolato Le polpette al pomodoro in cui il poeta ricorda alla figlia Linuccia la madre Lina, la compagna di una vita morta nel 1956. Lo fa attraverso i suoi piatti. Le polpette come gli arancini preparati dalla cammarera Adelina sono un "centro affettivo", irradiano calore. "Se dicessi che erano amore, non ti direi, con questo, nulla di nuovo".
All'ora di pranzo, mentre le strade di Roma si svuotano per l'afa estiva, una guida turistica decide di dirottare un gruppetto di americani a vedere la tomba di Camilleri. Vi arrivano prima di passare a salutare Shelley o Keats. Sarà una coincidenza ma la guida porta con sé un sacchetto con un pasto al sacco per la comitiva. Per un attimo il ragazzo sembra indeciso se lasciare o meno qualcosa di commestibile ai piedi dell'ulivo. Una donna è venuta a trovare suo figlio, sepolto non lontano, ma poi anche lei passa qui, a salutare: "Era vecchio è vero ma aveva ancora tante cose da dire". Nel giro di un'ora arrivano altri lettori. Un'insegnante, Palma Arpino, gira intorno alla terra sorridendo. "Ero di passaggio qui a Testaccio per sbrigare alcune commissioni in banca e mi sono detta: perché non andare?".
All'ingresso del cimitero, tra le lapidi marmoree e le indicazioni ai sarcofagi monumentali, colpisce un piccolo cartellino plastificato: "Tomba di Andrea Camilleri. Zona 3; Riq 1; Fila 1". È facile trovarla, è vicino all'Angelo della Resurrezione che sovrasta la lapide dello scultore americano Franklin Simmons e di sua moglie Ella Bourne Slocum. Sul fatto che sia a pochi passi da Gramsci la signora Rita, una volontaria che fa da custode al cimitero, assicura che si tratta di una casualità. Racconta di un viavai continuo di persone che vengono ad "omaggiare il Maestro". Studenti, gente del quartiere, turisti.
Proprio due giorni fa Romina ha lasciato un foglietto. È scritto a penna, datato 22 luglio. In alto una citazione tratta dall'Età del dubbio: "In amuri la ragione si dimette o va in aspettativa". Il saluto è condensato in poche righe. Un ringraziamento non tanto per Montalbano, ma per la saggezza delle parole che lo scrittore pronunciava fuori dalla cornice letteraria, per la sua "analisi lucida e disincantata" della realtà di tutti i giorni, per la serenità con cui prendeva posizione: "La serenità di poter dire quello che è senza remore sulle vicende di questa società alla deriva non potrà essere compensata con niente". Gli odiatori, quelli che sui social avevano cercato di infangare l'affetto con parole di stizza, qui non ci sono. Al contrario ieri un sole avvampante rendeva metafisico lo scenario, assoluti i segni tangibili dell'amore dei lettori. E le coincidenze. Prima fra tutte quella di riposare vicino a Gramsci, che per uno che aveva esordito nella sinistra del dopoguerra fondando a Porto Empedocle un falso partito comunista è quanto di meglio si possa auspicare.
Chissà se Camilleri potrà taliare il mare nel barattolo, i fiori, la confettura, le sigarette. Se gli verrà voglia di arrubbare l'arancino. È messo lì a posta. Adelina, la cameriera del commissario Montalbano, dedicava ore a cucinarli. Camilleri lo aveva raccontato: "Ci metteva due jornate sane a pripararli. Ne sapeva, a memoria, la ricetta". Sembrano semplici gli arancini (Camilleri, con buona pace delle arancine palermitane, li chiama al maschile) ma sono laboriosissimi. Va fatto il giorno prima "un aggrassato di vitellone e di maiale" che deve "còciri a foco lentissimo per ore e ore" e poi un risotto "alla milanìsa" e dopo infiniti passaggi, alla fine "s'infilano in una padeddra d'oglio bollente e si fanno friggere fino a quando pigliano un colore d'oro vecchio". Un arancino per Camilleri non è mica solo un arancino, è una zona della memoria, custodisce i sapori e i profumi della vita.