Rina Durante, la voce del Mezzogiorno
di Marino Niola , di Marino NiolaTosta era era tosta. Comprendeva tutti ma non risparmiava nessuno. La severità era la seconda natura di Caterina Durante, detta Rina, la grande intellettuale pugliese che si è talmente identificata con il Salento da diventarne un simbolo. La sua prima natura però era la lealtà. Sempre generosa, senza mediazioni e senza accomodamenti. Sferzante e corrosiva come i venti di mare che spazzano Saseno, l’isola oggi albanese, ma all’epoca italiana, che si trova di fronte a Valona dove lei, figlia di un sottufficiale di Marina, aveva trascorso l’infanzia. E proprio all’influenza di quella terra scabra ed essenziale, lo scrittore Alessandro Leogrande attribuiva lo sguardo levantino della scrittrice, «pienamente figlio del Canale d’Otranto, dei suoi intrecci e del suo meticciato culturale».
Rina chiedeva molto agli altri perché chiedeva molto a sé stessa. Senza se e senza ma. Per questo incuteva timore. Poi, qu…
Tosta era era tosta. Comprendeva tutti ma non risparmiava nessuno. La severità era la seconda natura di Caterina Durante, detta Rina, la grande intellettuale pugliese che si è talmente identificata con il Salento da diventarne un simbolo. La sua prima natura però era la lealtà. Sempre generosa, senza mediazioni e senza accomodamenti. Sferzante e corrosiva come i venti di mare che spazzano Saseno, l’isola oggi albanese, ma all’epoca italiana, che si trova di fronte a Valona dove lei, figlia di un sottufficiale di Marina, aveva trascorso l’infanzia. E proprio all’influenza di quella terra scabra ed essenziale, lo scrittore Alessandro Leogrande attribuiva lo sguardo levantino della scrittrice, «pienamente figlio del Canale d’Otranto, dei suoi intrecci e del suo meticciato culturale».
Rina chiedeva molto agli altri perché chiedeva molto a sé stessa. Senza se e senza ma. Per questo incuteva timore. Poi, quando la conoscevi, il timore diventava rispetto e se passavi il terzo livello di iniziazione anche affetto. Ma che fatica!
La conobbi negli anni Settanta. Ero appena arrivato a Lecce dove mi ero iscritto al primo anno di Filosofia e non conoscevo nessuno. Neanche il calore dell’accoglienza salentina che non tardò a farsi sentire. Un mio compagno di corso che ammiravo molto mi disse «stasera ti faccio conoscere Rina Durante che è di Melendugno come me, andiamo a San Donato a mangiare i pezzetti di cavallo». Si chiamava Gino Santoro, e sarebbe diventato un celebre storico del teatro. Adesso dorme accanto a Rina nel cimitero del loro paese. Accettai con trepidazione perché lei era già famosa e non solo per il suo carattere brusco. Il suo romanzo La malapianta aveva suscitato l’entusiasmo di Elio Vittorini e di altre eminenze letterarie come Paolo Volponi, Vittorio Bodini e Maria Corti. Ce n’era abbastanza per arrivare all’appuntamento in piena fibrillazione e con la paura di essere liquidato senza troppi giri di parole.
«Ti presento un compagno di Napoli – cominciò astutamente Gino – che mi ha chiesto di conoscerti». Lei abbozzò un mezzo sorriso e per mia fortuna si mise a parlare per prima. Di politica e di antropologia. Ce l’aveva con gli accademici che studiano la cultura popolare dall’alto, con distacco filologico o con paternalismo ideologico. Non sapevo da che parte mettermi ma, al secondo bicchiere di negramaro presi coraggio e spiattellai che una ricerca senza cuore ed emozioni è un fallimento scientifico ed umano. Ebbe un lampo negli occhi e mi versò da bere. Ero promosso. Fu questa la mia iniziazione al Salento.
In realtà il destino della tradizione popolare è stato un leitmotiv della poetica di Rina Durante. In La Malapianta e anche in Amorosi sensi, una raccolta di racconti degli anni Novanta c’è sempre, espressa o latente, una critica dell’antropologia incapace di uscire veramente dalle aule universitarie e che guarda alla civiltà contadina come a un oggetto di studio senza dritto di parola. Nemmeno su sé stessa. Proprio come il cantore popolare descritto in Amorosi sensi che viene portato all’Università occupata da un gruppo di contestatori verbosi e saccenti che lo esibiscono come un trofeo proletario. «Lo colpì una lunga introduzione fatta da un giovane professore con la barba per spiegare i suoi canti, di cui si accorse di non aver capito nulla».
In realtà il folklore per lei non era sinonimo di arretratezza. Non era la non-storia del Mezzogiorno e nemmeno la terra del rimorso di Ernesto de Martino. Ma era l’altra faccia del miracolo economico, una scheggia remota della stessa storia. Rimossa dalla cultura progressista, espulsa dalle pagine dei libri, ma rimasta aggrappata alla voce dei canti, impigliata nell’oralità vibrante e nella danza estenuante delle donne che ballavano giorni interi per guarire dal morso della tarantola. Un grande patrimonio di cultura da far riaffiorare. Per questo nel 1975 fondò il Canzoniere Grecanico Salentino, un gruppo musicale che ha cambiato la storia e l’immagine del Salento. Rina mise insieme uno straordinario gruppo di allievi, ricercatori, musicisti e cantanti. Bucci Caldarulo, Daniele Durante, Rossella Pinto, Roberto Licci e Luigi Chiriatti, attuale direttore artistico del festival La notte della taranta, che del Canzoniere è la figlia maggiore.
Anche se l’intransigente rigore della scrittrice non fece sconti nemmeno alla sua creatura. Ne sa qualcosa Luigi Chiriatti che proprio negli anni in cui era nato il gruppo le sottopose un testo sul canto popolare che proprio lei gli aveva intimato di redigere. «Lei era seduta in poltrona e leggeva, con grande attenzione – mi racconta Luigi – io ero sulle spine, puoi immaginare. Alla fine, chiuse il manoscritto, senza parlare, aprì la finestra e lo buttò in strada. ‘Torna quando avrai capito che la scrittura è un’altra cosa. È un corpo a corpo con la lingua, doloroso e faticoso’. Questa era Rina».
Oggi il New York Times ha definito il Canzoniere un “tornado” di suoni e voci indimenticabili. E il New Yorker lo ha messo ai vertici mondiali del folk contemporaneo. Sono tutti frutti della semina di Rina. Che ha letteralmente dinamizzato la sua terra. Perché dove gli altri vedevano solo una battuta d’arresto della storia, ha saputo scorgere la chiave di uno sviluppo nuovo. Dove l’economia non cancella la poesia. E dove adesso la taranta fa ballare, ma senza rimorsi.