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Enzo Sisti: “Chiamatemi Mr. Hollywood”

Enzo Sisti con Clint Eastwood

 
Romano, 77 anni, ha iniziato come fattorino per poi diventare il “ragioniere” del cinema e arrivare alla vetta delle produzioni. Le major si rivolgono a lui per trovare location suggestive: “Quando mi dicono grazie, dimentico le fatiche”
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Fattorino, dattilografo, ragioniere, commercialista, venditore estero di film, produttore esecutivo. Enzo Sisti, 77 anni, romano, ha attraversato la storia del cinema mondiale, da Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo all’ultimo Ferrari di Michael Mann, passando per La passione di Cristo, Mission Impossible e Gangs of New York, Lady Hawke e I due papi. È stato ed è l’uomo della major in Italia, ha organizzato i set più importanti, al fianco di Martin Scorsese, George Clooney, Mel Gibson, Wes Anderson, Clint Eastwood, Denzel Washington. Notoriamente schivo, si apre a una lunga chiacchierata, ospite dell’Ora! Fest a Monopoli. La sua è una prospettiva unica — creativa, pratica, contabile — su cinquant’anni di cinema.

Enzo Sisti con George Clooney

 

Quando ha iniziato?

«A quindici anni studiavo ragioneria e lavoravo alle corse dei cavalli a Tor Di Valle, prendevo le giocate le portavo corren…

Fattorino, dattilografo, ragioniere, commercialista, venditore estero di film, produttore esecutivo. Enzo Sisti, 77 anni, romano, ha attraversato la storia del cinema mondiale, da Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo all’ultimo Ferrari di Michael Mann, passando per La passione di Cristo, Mission Impossible e Gangs of New York, Lady Hawke e I due papi. È stato ed è l’uomo della major in Italia, ha organizzato i set più importanti, al fianco di Martin Scorsese, George Clooney, Mel Gibson, Wes Anderson, Clint Eastwood, Denzel Washington. Notoriamente schivo, si apre a una lunga chiacchierata, ospite dell’Ora! Fest a Monopoli. La sua è una prospettiva unica — creativa, pratica, contabile — su cinquant’anni di cinema.

Enzo Sisti con George Clooney

 

Quando ha iniziato?

«A quindici anni studiavo ragioneria e lavoravo alle corse dei cavalli a Tor Di Valle, prendevo le giocate le portavo correndo per i calcoli in direzione. Un’estate mi chiamano alla Jolly Film come fattorino, poi mi propongo come dattilografo, quindi divento ragioniere, due anni dopo sono direttore amministrativo. Poi mi fanno capo contabilità di Sacco e Vanzetti».

Che ricorda di quel set?

«Gian Maria Volonté seduto per terra. Concentrato prima delle scene, mi chiedeva le sigarette. Sfottevo lui e Montaldo come “comunisti sfegatati”, una sera mi prendono sottobraccio, mi portano sotto le carceri di Dublino, dove giravamo, minacciandomi “ti diamo un sacco di botte”. Lì ho assaggiato la produzione, chiedevo i soldi. A Dublino giravo con una valigetta di sterline irlandesi. Alla fine, dopo gli imprevisti non avevo i soldi per tornare, ho dormito in ufficio, venduto i mobili per comprare un biglietto di rientro».

Sacco e Vanzetti (1971) con Gian Maria Volonte

 

Ha imparato un mestiere.

«Distribuzione estera, contabilità, contratti e vendite all’estero, vendevo i film, Totò, Peppino e la malafemmina, ho seguito la causa per un Per un pugno di dollari e la causa per plagio che gli fece Kurosawa, pagammo 200 mila dollari ai giapponesi. Lascio la Jolly, lavoro ad altre cose, le mie quotazioni salgono, Al di là del bene e del male con la Cavani, Dimenticare Venezia di Brusati, siamo andati agli Oscar. Nell’87 il primo film americano con CBS, poi Scontro di titani. Mi invento una società che fa rappresentanza fiscale in Italia alle major. Mi chiamano “il ragioniere” del cinema. Nell’81 ho fatto l’ultimo italiano, Io so che tu sai che io so. Alberto Sordi era tosto, se c’era un errore erano dolori. Giravamo sul Tevere e lui: “Fa freddo mi servono un cappotto e dodici paia di calzini, tutto in cachemire”. Con Verdone ho girato In viaggio con papà, su quel set ci siamo innamorati con Maria, ragioniera anche lei».

La strada americana?

«Un po’ per volta. Ho fatto il financial control del Paziente inglese. Antefatto: seguo Cliffhanger come amministrazione, giriamo sulle Dolomiti, torniamo a Roma. Io sono in ufficio a Cinecittà, con i contanti. Arriva un rapinatore, non mi accorgo della pistola, gli dico “lasciami perdere che ho da fare”, quello mi dà una botta in testa. Finisco sui giornali come un eroe, il produttore mi regala 22 mila dollari, che metto da parte. Il produttore e la Columbia litigano, la major non vuole gli attori scelti da Minghella, che non cede. Bloccano il film. “Enzo dobbiamo cercare i soldi”. Ma penso che il copione sia troppo bello, tiro fuori i 22 dollari e mantengo la troupe, senza dirlo a nessuno. Entra la Miramax, il produttore mi restituisce i soldi e mi regala l’un per cento dei profitti, che non vedrò mai, perché Weinstein caricava i costi e minimizzava i profitti».

E “Mission Impossible III”?

«Negli Usa esiste il creativo delle location, per Mission Impossible III l’ho fatto io. Mi sono vestito da turista, macchina fotografica, ho trovato scorci poi usati nel film. Il muro del Vaticano lo abbiamo ricostruito a Caserta, Tom Cruise, discuteva con il maestro di stunt per fare l’acrobazia come diceva lui. Abbiamo chiuso per tre chilometri il lungotevere. Per una scena in San Pietro ci siamo inventati una finta ripresa al lato del colonnato con un prelato e due modelle vestite da suora, un diversivo per girare indisturbati sull’altro lato. Ci sono film in cui siamo camerieri ad alto livello: “Cosa vi serve, eccolo qui”, è il servizio di produzione, altri in cui sei produttore, partecipi alla creazione».

Una scena da Per un pugno di dollari (1964) con Clint Eastwood

 

Come con Clooney.

«Mi adora. All’inizio i produttori pensavano per Catch 22 a un aeroporto nel Galles: mentre sorvoliamo nel suo aereo privato la Sardegna Clooney parte alla carica, “voglio Villafiorita. Ci riesci?”. Clooney è semplice, ha le idee chiare, sul set trasporta anche i cavi. È come Clint Eastwood. (mostra una foto in cui lui e il regista sono seduti vicini e ridono, ndr). Mi chiedeva dei produttori di Per un pugno di dollari io gli proponevo il remake, con protagonista il figlio».

Matera, la passione di Mel Gibson.

«Lo scrittore Ben Fizgerald aveva casa in Umbria, proponeva di farlo nel paesaggio medievale. Gibson arriva a Matera e impazzisce».

A Matera ha girato tante cose. Tra cui l’apertura dell’ultimo James Bond.

«Il prologo è la scena più importante. Per il grip delle auto abbiamo messo la Coca Cola, che attacca».

No time to die, l’ultimo James Bond con Daniel Craig

 

Di recente cosa ha girato?

«The Equalizer, con Denzel Washington a Positano, che adora. Lui ama il ristorante accanto a quello che è il mio preferito. E sto partecipando alla serie di Roland Emmerich, Those About to Die, sui gladiatori girata a Cinecittà e Cinecittà World, con Anthony Hopkins, l’imperatore Vespasiano. Tutti questi film lavorano con troupe italiana. Mi dispiace che Favino abbia detto che le major non fanno lavorare gli attori italiani. L’attrice di Equalizer 3 non è cubana ma italiana.

Suo figlio Lorenzo ha girato un corto.

«È andato in Florida per fare il calciatore, si è laureato, sposato, ha girato Sweet home, andato a 12 festival. Il primogenito è direttore di produzione, l’altro ha una società informatica con sessanta persone».

Gangs of New York di Scorsese girato a Cinecittà

 

Le emozioni più forti del set?

«Gangs of New York, la città ricostruita, le fiamme, Martin Scorsese che metteva gli specchietti retrovisori ai lati del monitor perché nessuno si impicciasse. Ad Almeria per Il barone di Munchausen è scappata la tigre, ci siamo rifugiati nella tenda catering. E poi Sacco e Vanzetti, la scena del tribunale al Teatro 6 di Cinecittà, piangevamo tutti, io e le sarte. Alla fine di La passione Mel e il produttore Usa Steve Mceveety insistono perché controlli i titoli di coda, mi spazientisco: scopro che mi citavano come produttore esecutivo. Il bello del nostro lavoro è anche alla fine dimentichi tutte le fatiche, quando ti dicono grazie».

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