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L’anniversario. Barbara Baraldi: “Dylan Dog mi ha salvato”

L’anniversario. Barbara Baraldi: “Dylan Dog mi ha salvato”

È la prima donna alla guida della collana dedicata all’Indagatore dell’incubo creato da Tiziano Sclavi, che adesso compie quarant’anni. E ci dice: “Scriverlo è una seduta di psicoanalisi a cielo aperto”

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«Un’enorme esplosione di totale indifferenza» accoglie Dylan Dog il 26 settembre 1986, come commenterà il suo creatore Tiziano Sclavi, quando il primo numero, L’alba dei morti viventi*, approda nelle edicole: è il più grande fallimento di successo della storia dell’editoria italiana.

L’impietoso responso del distributore recapitato alla Sergio Bonelli Editore recitava infatti senza appello: «È morto in edicola». L’editore Sergio Bonelli e il direttore generale Decio Canzio decidono di non riferire subito la ferale notizia a Sclavi, per risparmiargli una cocente delusione. E faranno bene perché da quel momento prende avvio una storia senza precedenti nel fumetto e nel costume del nostro Paese . L’Indagatore dell’Incubo scardina i canoni della tradizione popolare bonelliana per inaugurare una narrazione ironica e post-moderna . Con Dylan l’orrore non è uno spauracchio fine a se stesso, ma una lente psicanalitica attraverso cui raccontare le fobie, le solitudini, le diversità e i mali della società contemporanea: una rivoluzione generazionale che abbatte ogni barriera tra cultura “alta” e consumo popolare . Dylan Dog arriva a superare le cinquecentomila copie mensili, entra negli atenei e viene consacrato definitivamente quando Umberto Eco pronuncia la celebre sentenza: «Posso leggere la Bibbia, Omero e Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarmi» . A 40 anni da quel clamoroso esordio, il testimone è nelle mani di Barbara Baraldi, scrittrice e firma di punta tra gli sceneggiatori di Dylan, che dirige la serie dal maggio 2023 . Prima donna alla guida editoriale del personaggio, in questi tre anni ha riconnesso Dylan alle sue radici sclaviane più pure e dolorose.

Come ti sei avvicinata a Dylan?

«Eravamo a Cattolica, nostra madre ci portava lì a “cambiare aria”, come si usava a quei tempi. In questo appartamentino, andando verso il lungomare, avevamo trovato degli arretrati di Dylan Dog in una cesta. Abbiamo preso due albi, uno io e uno lui, per scambiarci le idee, e siamo impazziti! Da lì, una volta tornati a casa, abbiamo recuperato a poco a poco tutti gli arretrati e iniziato la collezione. Il mio amore per i fumetti però viene da più lontano: vivevo in una casa che ho sempre definito infestata».

Davvero? Perché che cosa succedeva? «Io non credo ai fantasmi, sono come Dylan: vorrei credere, ma non credo, a meno che non ci siano prove. Questa casa era antichissima, la chiamavano Casa Bianca, apparteneva alle generazioni della famiglia di mio nonno. Si diceva che inizialmente fosse un casone che ospitava i braccianti in campagna d'estate. Poi arrivò ad abitarci mia nonna. Era l'ultima casa, lontana dal paese, proprio al confine con la campagna: di notte si sentivano le civette, faceva davvero paura. Era vecchia, quindi tutti i rumori e i cigolii erano dovuti alla struttura, ma io avevo tanta fantasia e in quella casa c'era un'energia strana. Non è una battuta: ho cambiato due stanze e, anche in stanze diverse, sentivo gli stessi suono tutte le notti. Suoni spaventosi, che una bambina non poteva neanche concepire. C'era questa soffitta altissima, come nei film horror. Mio padre con un bastone tirava giù una botola e scendeva una scala cigolando. Saliva con pacchi e scatoloni e io mi dicevo: «La soffitta è infestata e mio padre porta i sacrifici per proteggerci». Avevo cinque anni e mezzo. Un mistero acuito dal fatto che mio padre mi diceva sembra: «Non puoi assolutamente salire in soffitta». Per me era la prova definitiva che fosse infestata! Un giorno che lui era fuori, insieme a mio fratello che però non ha avuto il coraggio, mentre io sono salita usando una scaletta per raggiungere il bastone, rischiando di ammazzarmi. Sono salita e ho trovato gli scatoloni. Dentro c’era... la collezione di Alan Ford di mio padre! All'epoca un uomo sposato con due bambini non poteva leggere fumetti, considerati una cosa per ragazzini, e quindi li nascondeva. Io poi quando ho iniziato la scuola ho imparato a leggere proprio su Alan Ford. Quindi Alan Ford è stato il primo fumetto che ho letto, mentre Dylan è stato il primo che ho scelto».

Cosa ti aveva colpito di “Dylan Dog”?

«Me ne sono innamorata alla follia perché da piccola soffrivo di una forma molto grave di fobia sociale, assolutamente invalidante. Allora non si sapeva cosa fosse e non se ne parlava, andare dallo psicologo era una cosa ce , semplicemente, non esisteva. Tutti dicevano: “Ma cos'ha questa bambina?”. Non parlavo, ho passato tutta la prima parte della mia vita con grandissime difficoltà a relazionarmi. La chiamavano timidezza cronica, ma non era solo timidezza. Quando ho iniziato le superiori, prendere la corriera e stare in mezzo alla gente per me era un incubo; alle interrogazioni diventavo viola e sudavo tantissimo. All'esame di maturità, dopo l'orale, sono rimasta a spiare dietro la porta prima che chiamassero il candidato successivo e ho sentito i professori dire: «Avete visto quanto sudava la poverina?».

Insomma, una diversa: non a caso in quegli anni nascevano movimenti come il punk e il dark la cui eco dura ancora oggi come dimostra non solo Dylan Dog ma anche il successo di serie come Mercoledì di Tim Burton.

«Esatto. Io ero, appunto, l'unica dark del paese: mi cucivo i vestiti da sola, portavo gli anfibi anche d'estate, ascoltavo dark, new wave, punk. Avevo salvato una gattina abbandonata che aveva fatto tanti cuccioli, così mi sono ritrovata con nove gatti neri nell'ultima casa a sinistra del paese, per rimanere in tema horror. Per via della fobia sociale non ho mai fatto una gita scolastica: tutto quello che per gli altri rappresentava gli anni più belli dell'adolescenza, io non lo vivevo. Dicevo sempre che gli altri erano i protagonisti del libro della loro vita, mentre io vivevo nei margini della pagina, nello spazio bianco tra le vignette. Trovavo tutti i miei amici nei libri e nei fumetti: leggevo quattro libri a settimana. Nella biblioteca del paese c'era il limite di tre prestiti, ma sapendo che non li rovinavo e li finivo subito, me ne concedevano quattro. I libri e i fumetti mi hanno salvato la vita: vivevo le avventure delle storie non avendo una vita sociale mia. Conoscere Dylan Dog, che era esattamente come me — aveva paure, fobie, claustrofobia, acrofobia, ma affrontava comunque le situazioni senza farsi bloccare dai propri limiti — è stata una folgorazione. Dentro Dylan trovavo le cose che amavo: in Orrore nero c'erano gli Iron Maiden; in Nel profondo della notte c'era la citazione di Psyco; poi recuperai L'alba dei morti viventi con Romero. A dodici anni avevo già letto il Frankenstein di Mary Shelley e il Dracula di Bram Stoker; a quattordici leggevo l'Antologia di Spoon River e i racconti del terrore di Edgar Allan Poe. Dylan racchiudeva tutto il mio immaginario. Mi ha fatto sentire non più “una stramba”: era un personaggio imperfetto, non un supereroe, e mi diceva che andavo bene così com'ero».

Una dylaniata insomma.

«Esattamente: leggendo Dylan ho capito di essere una “dylaniana” a tutti gli effetti. Anni dopo, quando già pubblicavo romanzi — che per molti è un punto d'arrivo — il mio sogno rimaneva scrivere Dylan Dog, per dirgli grazie. La scrittura era diventata il mio ponte con il mondo: più scrivevo, più riuscivo a parlare e a relazionarmi con gli altri. Studiando le neuroscienze per i miei thriller ho scoperto che le forme artistiche bypassano le rigidità mentali e permettono al cervello di rimodellarsi. Dando voce ai personaggi trovavo la mia voce».

Da scrittrice di romanzi e thriller, come sei approdata alla sceneggiatura bonelliana?

«Volevo scriverlo per dirgli grazie. All’inizio mi bocciavano tutto: da brava secchiona cercavo il mostro più ripugnante . Poi ho capito che a Dylan non puoi offrire una trama qualunque: pretende brandelli di carne, sangue e verità interiore. Così ho scritto Il bottone di madreperla, uscita sul Color Fest. Da bambina collezionavo bottoni di madreperla: li consideravo amuleti, pezzi di luna piena da tenere in tasca. La casa antica era diventata un magazzino edile che apparteneva a mio nonno, con cumuli di ghiaia e sabbia. C'era un camionista che trasportava anche campionari di bottoni e a me, che giocavo sempre lì con i gatti, regalava quelli avanzati. Il bottone per me rappresentava la cura materna o della nonna che te lo ricuce, l'oggetto che unisce due parti separate. Per ogni prova difficile della vita tenevo un bottone in tasca contro l'ansia. Nella prima tavola di quella storia una signora anziana che gestisce una merceria trova ogni mattina tutti i bottoni rovesciati a terra. Paolo Mottura disegnò la storia in modo meraviglioso. Poi, a maggio 2012, c'è stato il terremoto in Emilia. Io vivevo proprio sull'epicentro, in un appartamento per cui stavo pagando il mutuo, dove conservavo la collezione di bottoni in grandi giare di vetro. Durante le scosse sono scappata con i calcinacci che cadevano: siamo rimasti fuori per settimane, dormendo in macchina con mia nonna. Quando a luglio sono potuta rientrare, l'appartamento era devastato. Per terra c'era un mare di cocci e tutti i bottoni rovesciati sul pavimento, identici alla pagina che avevo ideato mesi prima del terremoto. Poco dopo vado in edicola a comprare l'albo, apro la prima pagina, vedo quella scena e scoppio a piangere. L'edicolante, vedendomi in lacrime, e pensando che fosse perché non me lo potevo permettere, mi disse: «Tranquilla, costa poco, te lo regalo io!». Dylan ha sempre anticipato o rielaborato la mia vita. In Casca il mondo ho raccontato il terremoto facendone il “mostro” della vicenda: io non avevo mai fatto campeggio, ma mi sono ritrovata a montare una tenda su un formicaio, tra le scosse continue e gli sciacalli, proprio come accade a Groucho nell'albo».

Che cos’è per te allora Dylan Dog?

«Dylan Dog per me è una seduta di psicanalisi collettiva. In Pioggia di sangue ho affrontato l'Alzheimer, vissuto attraverso la malattia di mia nonna e il sacrificio di mia madre come caregiver. Tanti lettori mi hanno scritto dicendo di essersi commossi perché avevano vissuto lo stesso dolore con i loro genitori. È ciò che ha sempre fatto Tiziano parlando di alcolismo, solitudine e invisibilità. In Memorie dall'invisibile, il mio albo preferito insieme a Storia di nessuno, c'è quell'intuizione straordinaria: esistere solo nello sguardo di chi ti ama e tornare invisibili quando quella persona scompare. Per me, che mi sentivo invisibile al mondo, Dylan è stato la casa infestata in cui finalmente stare bene convivendo con i propri mostri e senza preoccuparsi dei giudizi degli altri».

Quando hai conosciuto Tiziano Sclavi di persona?

«È successo dopo Gli anni selvaggi, dove raccontavo il passato di Dylan come roadie per una band punk-rock . Tiziano all’inizio era perplesso, poi abbiamo avviato uno scambio epistolare serratissimo sul finale . Da lì ha espresso il desiderio di incontrarmi e mi ha fatto invitare tramite il Fondo Sclavi . Mi hanno accompagnata in auto nel bosco e io, memore delle letture sui serial killer, controllavo se ci fosse la maniglia interna della portiera ! Invece mi sono ritrovata a casa sua e di sua moglie Cristina . Ero pietrificata dall’ansia, ma Tiziano ha intuito la mia fragilità e quando siamo andati all’incontro pubblico è salito sul palco con me per farmi coraggio, rompendo anni di isolamento . Cristina mi ha poi regalato La via dei tarocchi di Alejandro Jodorowsky, da cui è scaturito il mio romanzo Gli omicidi dei tarocchi: abbiamo scoperto di essere nate entrambe il 17 febbraio, lo stesso giorno di Jodorowsky . Un intreccio di sincronicità sbalorditivo».

Come dicevi mi sembra che tu abbia un background musicale che va dal punk alla dark wave. Il che mi sembra assolutamente perfetto per Dylan...

«A fine anni Novanta giravo con una cassetta con CCCP, Diaframma e i primi Litfiba. Andavo al Condor di Modena, entravo alle undici e ballavo da sola tutta la notte al buio: era l’unico modo per ricordarmi di avere un corpo. La serata terminava sempre sulle note di Emilia paranoica. I testi dei CCCP e la scrittura di Sclavi possiedono una potenza che scava dentro. Memorie dall’invisibile lo rileggo ogni anno e piango puntualmente . Quando ho tenuto una lezione alla Scuola Holden analizzando quella sceneggiatura originale, gli allievi sono scoppiati tutti a piangere in aula. È una magia che non subisce l’usura del tempo».

Come ti è stata comunicata la nomina a curatrice di Dylan Dog?

«Ero a Torino per presentare il libro su Janis Joplin, mi ricordo ancora che indossavo una t-shirt di Goo dei Sonic Youth e mi telefonano dalla Bonelli per convocarmi d’urgenza in redazione da Michele Masiero. Temevo di aver commesso un guaio, invece mi hanno chiesto a bruciapelo: «Te la sentiresti di diventare la nuova curatrice di Dylan Dog?». Ero un’outsider, sui social non comparivo in nessun toto-nomi. Ho risposto subito di sì. Volevo rimettere l’orrore al centro della scena come metafora sociale. Quando mi hanno detto che dovevo fare un video per l’annuncio ufficiale indossavo una giacca anni Settanta di mio padre, la maglietta di Xabaras e i capelli tinti di verde: un esordio surreale» .

In questi anni di direzione come hai impostato il lavoro editoriale con autori e disegnatori?

«Ho un approccio protettivo. Lavoro sui soggetti per esaltare i punti di forza ed eliminare i tempi morti: Dylan non può stare venti pagine seduto a parlare in una stanza ! Esigo ritmo cinematografico e tagli netti tra veglia e incubo . Ho incoraggiato i disegnatori a rompere la tradizionale gabbia a sei vignette: Tiziano lo faceva già negli anni Ottanta . Maestri come Claudio Villa e Bruno Brindisi mi hanno ringraziato con calore . Cerco sempre di cucire le storie sui singoli talenti: a Corrado Roi affido le atmosfere boschive; a Nicola Mari le vertigini metropolitane più crude, come la storia sulla dipendenza ispirata ad Abel Ferrara . E abbiamo riportato a casa le colonne storiche, da Montanari e Grassani a Casertano e Chiaverotti».

Anche Vasco Rossi per te è un legame forte anche perché come mi hai raccontato una volta in un incontro anche tuo padre come il suo faceva un camionista. Tra l’altro, una volta nel suo studio durante un’intervista, teneva in mano una strana cosa con delle stelline immerse in un liquido. Gli ho chiesto che cos’era e lui mi ha risposto che era una bacchetta magica aggiungendo: “Non lo sai che io sono un mago?”. E poi me l’ha regalata.

«Ha fatto la cosa giusta. I veri oggetti magici non si acquistano mai: vanno donati per custodire la loro carica simbolica. Cristina Sclavi me ne ha regalati diversi e io ne ho donato uno a lei . Con Vasco ho avvertito un’affinità totale: dopo il primo progetto corale sulle sue canzoni, per questa nuova avventura di cui tra un po’ uscirà il secondo capitolo, abbiamo dialogato a lungo. La sua scrittura condivide con Dylan il coraggio di mostrarsi vulnerabile, senza maschere. Il dolore della mia giovinezza mi è servito per maturare l’empatia necessaria a custodire l’anima del personaggio. Ed è il motivo per cui oggi, quando i soggetti superano il mio vaglio e arrivano a Tiziano Sclavi, lui li approva quasi sempre: sa che prima di giungere alla sua scrivania sono passati attraverso il cuore di chi ama Dylan Dog sopra ogni cosa».

Tiziano Sclavi continua a supervisionare le storie da vicino?

«Assolutamente sì . Abbiamo un dialogo costante via mail: non ama il telefono, ma risponde puntualissimo ogni mattina all’alba . Legge tutti i soggetti e i suoi rimandi sono illuminanti . Conosce la creatura meglio di chiunque altro e avverte all’istante se una scena rischia di suonare falsa o eccessivamente melensa . I suoi consigli sono traiettorie preziose» .

Cosa puoi anticipare sull’albo celebrativo del quarantennale?

«Prima di tutto vorrei dire che va letto a colori: Davide Furnò ha compiuto un lavoro pittorico superbo, con tavole che sembrano dipinti viventi. La versione in bianco e nero ha delle pagine in più e un altro tipo di fascino ma il colore sembra di toccarlo. Al centro della vicenda c’è il ritrovamento di un misterioso diario che tocca il passato di Dylan preservandone il nucleo segreto. Ma soprattutto svela chi era davvero suo padre prima della scissione da cui ha preso forma Xabaras, narrando la passione originale con Morgana. È una riflessione viscerale sulla perdita, sull’elaborazione del lutto e sulla ricerca dell’immortalità intesa come rifiuto della morte di chi amiamo».

L'AUTRICE Barbara Baraldi è autrice di oltre una ventina di romanzi vincitori di vari premi e tradotti in diversi Paesi . Nel mondo del fumetto esordisce come sceneggiatrice di Dylan Dog nel 2012 con la storia Il bottone di madreperla . Dal maggio 2023 è la curatrice di Dylan Dog: prima donna a ricoprire questo ruolo nei quarant'anni della testata.

LE USCITE L’albo speciale per l’anniversario n. 481 (96 pagg., 5,80 euro) sarà interamente a colori e verrà distribuito sigillato in busta opaca a sorpresa: all'interno ci sarà una di quattro diverse copertine firmate dai nomi più iconici della testata. Sarà disponibile anche un'edizione speciale cartonata (23 euro) arricchita da 8 tavole inedite.

GLI EVENTI Il 25 settembre dalle 18: Dylan Dog Horror Night in 80 librerie. A Milano, da Ubik, ci saranno Barbara Baraldi e Davide Furnò; il 26 (ore 10,30) al Bonelli Store di Milano incontro con gli artisti. Il 28 novembre all’Eliseo di Roma, Dylan sbarca in teatro con Dylan Dog Horror Show.

L’INIZIATIVA DI REPUBBLICA Giovedì 24 settembre parte Matite, la nuova serie video dedicata al fumetto sul canale YouTube e sul sito di Repubblica. La prima puntata è un viaggio nei 40 anni di Dylan Dog con Michele Masiero, direttore editoriale di Bonelli Editore. In studio Francesco Fasiolo.

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