Festival di Salute 2026

Mieloma multiplo, da malattia negletta a patologia cronicizzata

(foto: Luis Alvarez/DigitalVision/Getty Images)
(foto: Luis Alvarez/DigitalVision/Getty Images) 

Al Festival di Salute il 15 ottobre un talk su come le nuove terapie hanno permesso negli ultimi anni di cambiare la storia della malattia e la qualità di vita dei pazienti

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Negli ultimi 15-20 anni la medicina ha cambiato volto a molte malattie che un tempo erano sinonimo di prognosi infausta. Sempre più pazienti anziani, anche over 80, convivono oggi con patologie gravi mantenendo una buona qualità di vita: non “guariti”, ma curati abbastanza a lungo e abbastanza bene da poter continuare a vivere. È il caso del mieloma multiplo, tumore del sangue che fino a pochi anni fa era considerato una malattia "negletta" - poco conosciuta, difficile da trattare, con prospettive limitate - e che oggi si avvia invece verso una vera e propria cronicizzazione.

In Italia interessa oltre 34mila persone, con più di 5700 nuovi casi ogni anno, in aumento. È la seconda neoplasia ematologica più frequente dopo il linfoma non-Hodgkin, e colpisce soprattutto le persone anziane: l'età media alla diagnosi è di circa 70 anni, e solo il 2% dei pazienti ha meno di 40 anni.

“Il primo grande cambiamento – spiega Elena Zamagni, ematologa all’Università di Bologna, che il 15 ottobre sarà ospite del Festival di Salute, presso l’Aula Magna dell’Università di Padova – è avvenuto negli anni Duemila con l'introduzione di farmaci non chemioterapici. Ma è negli ultimi quattro-cinque anni che la svolta si è fatta più radicale: oggi circa il 20-30% dei pazienti può raggiungere quella che in ematologia si definisce ‘functional cure’, non una guarigione in senso stretto, ma la possibilità di vivere una vita di durata normale, dentro e fuori dai trattamenti, con la malattia sostanzialmente sotto controllo a lungo termine”. Un traguardo un tempo impensabile, reso possibile da terapie più potenti e, allo stesso tempo, meno tossiche: questo significa poterle proporre anche a pazienti anziani o più fragili, non solo a scopo palliativo ma con l'obiettivo reale di eradicare la malattia.

C'è poi un'altra novità che sta ridisegnando le strategie di cura: se un tempo tutto si giocava sulla prima linea di terapia, e le ricadute si affrontavano con approcci via via meno efficaci, oggi anche le terapie di seconda linea possono ottenere risposte importanti, talvolta persino migliori. Una possibilità in più per chi non risponde bene al primo trattamento, che ribalta una regola considerata quasi immutabile in oncologia.