Orietta Berti: “Mai stata una diva. Ho sempre cercato di portare al pubblico la leggerezza”
di Emilio MarreseOrietta Berti ha un’attività artistica frenetica, quasi indemoniata, tra tv, video, un disco appena uscito, un altro in uscita così come un libro e altre mille ospitate e iniziative. Da cosa sta scappando?
“Dal tempo. Se avessi vent’anni sarei più calma, a 83 devo fare in fretta”.
Cosa c’è di uguale rispetto ai suoi vent’anni?
“La ricetta nella musica è sempre la stessa: tre ritornelli e si entra in classifica, come ai tempi di Pace-Panzeri-Pilat. Portare serenità e leggerezza alla gente che ne ha tanto bisogno. Non vogliamo essere intellettuali o aristocratici. Maledetto settembre che ho inciso con Nina Zilli e Danti invita a trattenere l’energia dell’estate anche in autunno quando ricominciano la scuola, gli impegni, il lavoro e i problemi”.
Era più diva ieri o oggi?
“Mi fa ridere come definizione. Sono una lavoratrice del campo musicale, mi trucco da sola e decido tutto io, anche i vestiti, certo sempre sentendo i miei collaboratori. Sono sempre stata amata dal pubblico che ora è d…
Orietta Berti ha un’attività artistica frenetica, quasi indemoniata, tra tv, video, un disco appena uscito, un altro in uscita così come un libro e altre mille ospitate e iniziative. Da cosa sta scappando?
“Dal tempo. Se avessi vent’anni sarei più calma, a 83 devo fare in fretta”.
Cosa c’è di uguale rispetto ai suoi vent’anni?
“La ricetta nella musica è sempre la stessa: tre ritornelli e si entra in classifica, come ai tempi di Pace-Panzeri-Pilat. Portare serenità e leggerezza alla gente che ne ha tanto bisogno. Non vogliamo essere intellettuali o aristocratici. Maledetto settembre che ho inciso con Nina Zilli e Danti invita a trattenere l’energia dell’estate anche in autunno quando ricominciano la scuola, gli impegni, il lavoro e i problemi”.
Era più diva ieri o oggi?
“Mi fa ridere come definizione. Sono una lavoratrice del campo musicale, mi trucco da sola e decido tutto io, anche i vestiti, certo sempre sentendo i miei collaboratori. Sono sempre stata amata dal pubblico che ora è diventato più estroverso, meno timido: ti dicono di tutto. Prima gli ammiratori erano meno sfacciati. Ma io li ascolto, il lavoro è più facile se impari ad ascoltare la gente e chi ha più esperienza di te. Dieci teste sono meglio di una. Molti invece pensano di essere già arrivati al primo successo e non danno più retta a nessuno. Io anche dopo Suor Sorriso andavo in fabbrica a tagliare i vestiti per bambini e il mio fidanzato Osvaldo, poi mio marito da 59 anni, non si volle licenziare per paura che finisse tutto presto. La musica leggera ha faticato molto per diventare pop”.
Lavora sempre in mezzo ai giovani: cosa ha capito di loro?
“Non sono tutti uguali. Sono stati abbandonati soprattutto dalle famiglie che non sanno neanche di avere dei figli, pensano troppo al lavoro. Chi si comporta male non ha avuto amore né riferimenti ideali, non si rendono conto di cosa fanno. Dobbiamo vivere nella jungla e farci amiche le bestie feroci, che poi alla fine feroci non sono. A dieci o dodici anni una volta si era ancora bambini e si aveva paura di tutto. L’altro giorno in treno due si sono presi a valigiate per un posto sbagliato, un film dell’orrore”.
La rabbia c’era anche negli Anni 60.
“Fu la prima rivolta del popolo, c’erano manifestazioni e cortei ovunque, si partecipava, dal 25 aprile al Primo maggio e anche alle feste della Chiesa. Adesso pure al mio paese, Cavriago, partono tutti per il weekend e chi s’è visto s’è visto. C’era un amore dignitoso per il partito, il sogno di Berlinguer era il sogno di tutti. Quel comunismo non esiste più. E neanche quella Dc: De Gasperi aveva due abiti e un solo cappotto, parlava in piedi sulle cassette della frutta. Tante persone oggi si occupano dei giovani solo per capire come poterli sfruttare e guadagnarci, invece di dar loro più opportunità e la possibilità di sbagliare”.
Qualche volta non le capita di sentirsi anche un prodotto da sfruttare, oggetto di bizzarri esperimenti musicali di laboratorio?
“Sono io che ho quelle idee, è stato Rovazzi che mi ha fatto conoscere un mondo e aperto a varie collaborazioni con il Rosso, Danti e altri. Tutti i miei cambiamenti li ho voluti io non solo perché sono dei gemelli, ma perché ogni tanto ci si stanca dei cappelletti e si ha voglia di una minestra di zucca coi fagioli. Mi adatto restando sempre me stessa con la mia cifra melodica e l’eredità del bel canto. I ritmi quando sono belli tornano sempre, come il tango. Rapparci sopra è una bella sfida”.
Cosa ci sarà nel prossimo disco?
“Brani nuovi per celebrare i miei 60 anni di carriera che ormai sono diventati 62 perché i festeggiamenti vanno diluiti nel tempo, bisogna uscire con un pezzo ogni 3 o 4 mesi come fanno i rapper e ormai anche io sono una rapper".
Che fatica.
"Mi alleno ascoltando di notte con le cuffie così non perdo tempo, non è facile dare una metrica come la loro al mio stile fatto di vocali piene, ora è tutto sfuggente. E dimezzo le vocali. Faremo rap estremo sulle mie melodie inaspettate, le belle canzoni italiane ce le invidiano tutti, i ritornelli non avranno linee classiche ma diventeranno tormentoni”
I suoi fans coetanei cosa pensano della Berti rapper?
“Mi arriva qualche frecciatina, mi chiedono di cantare da sola. Le feat mi permettono di non essere monotona, e sfrutto i ritornelli per il mio belcanto italiano. Un tempo avevamo tutti voci diverse: io, Milva, Zanicchi, Pravo, Vanoni, Oxa... Oggi cantano tutte alla stessa maniera con gli stessi sentimenti”.
Nella hit estiva “Quadri Cuori Picche Fiori” ha duettato perfino con l’IA. Ma lo Spid ce l’ha?
“Me la cavo col telefonino, ma col pc in studio devono pensarci loro. Io gli dico cosa voglio e i tecnici lo fanno. L’IA non danneggia la musica. Lo fa per quei figli di buona donna che mettono note impossibili da raggiungere e quindi finte. Ma si capisce subito, li sgamo immediatamente i bluff. Se uno dà gli input giusti l’IA ti aiuta a realizzare cose meravigliose e autentiche”.
Lei che ama tanto le feat con chi, ora scomparso, avrebbe voluto farne una?
“Frank Sinatra, la più bella voce maschile mai sentita. E poi con Nat King Cole”
Si è mai sentita al buio?
“Ho sempre avuto l’agenda piena, ero una stakanovista delle feste di partito, andavo ovunque. Quando esplosero i cantautori ebbi l’intuizione di buttarmi sul folk italiano, feci tre dischi di cover con 75 pezzi cambiando due note per avere il copyright e dare dignità alle nostre canzoni regionali, come quelle delle nostre mondine che si spezzavano la schiena tra bisce e topi negli acquitrini per un sacco di riso o per gli scariolanti che trasportavano la ghiaia e la calce”.
Quale cattiveria le hanno fatto che non perdona?
“Dimentico sempre le cose brutte. Nelle case discografiche ogni volta che cambiavano staff dirigenziale quelli nuovi arrivavano con la puzza sotto il naso a giudicare. Ma poi io son sempre qui, loro non so”.
Qual è la cosa più difficile di essere Orietta Berti oggi?
“Mi devo sempre truccare perché la mattina sennò non mi riconosco nemmeno io e invece mi chiedono selfie ovunque e devo essere a posto”.
Cosa racconterà nel suo libro in uscita?
“Delle tradizioni che non ci sono più a cominciare dalle comunicazioni. Le videochiamate sono bellissime, una volta ci si fermava nelle cabine telefoniche dell’autogrill per far sapere a casa di essere ancora vivi. Non ho nessuna nostalgia del passato, ma il ricordo c’è sempre. Guardo sempre avanti. Qualsiasi novità è buona se non si esagera. La gente ora tende a esagerare, non ci sono più freni, più le sparano grosse e più pensano di dimostrare personalità”.
Quando si è detta “questa mai più”?
“Mai più a Ballando con le stelle. Ogni cambio di stagione mi fanno ancora male i tagli alle dita dei piedi”