Brasile, Tite: "Io comunista? Sono un umanista, sto col popolo. Ma non mischiamo sport e politica"
dal nostro inviato Enrico Currò , dal nostro inviato Enrico CurròDOHA - "Mi sento più Adenor che Tite. E oggi sento meno pressione di quattro anni fa in Russia". Così parlò il ct del Brasile, Adenor Bachi detto Tite, a poche ore dal debutto al Mondiale contro la Serbia, e per pressione intendeva quella calcistica, anche se l'altra, quella politica, è decisamente implicita. Una tra le immutabili certezze della Seleçao è infatti che le elezioni presidenziali cadano immancabilmente ogni 4 anni e coincidano appunto col Mondiale. Ma se in genere la maglia verdeoro è l'elemento identitario indiscusso, stavolta, col Paese letteralmente spaccato a metà dopo la stretta vittoria di Lula su Bolsonaro, l'identificazione è più difficile e assai complicato è lo slalom diplomatico degli stessi membri della squadra, chiamata anche in Qatar a cercare come sempre la conquista del titolo. Il ct si era già dovuto disincagliare fra i trabocchetti verbal…
DOHA - "Mi sento più Adenor che Tite. E oggi sento meno pressione di quattro anni fa in Russia". Così parlò il ct del Brasile, Adenor Bachi detto Tite, a poche ore dal debutto al Mondiale contro la Serbia, e per pressione intendeva quella calcistica, anche se l'altra, quella politica, è decisamente implicita. Una tra le immutabili certezze della Seleçao è infatti che le elezioni presidenziali cadano immancabilmente ogni 4 anni e coincidano appunto col Mondiale. Ma se in genere la maglia verdeoro è l'elemento identitario indiscusso, stavolta, col Paese letteralmente spaccato a metà dopo la stretta vittoria di Lula su Bolsonaro, l'identificazione è più difficile e assai complicato è lo slalom diplomatico degli stessi membri della squadra, chiamata anche in Qatar a cercare come sempre la conquista del titolo. Il ct si era già dovuto disincagliare fra i trabocchetti verbali nelle scorse settimane, quando gli era stato chiesto se avrebbe portato l'eventuale coppa del mondo a Brasilia, al Planalto: la conquista del trofeo è un evento che non si concretizza dal 2002, ma è da mettere sempre in conto, visto l'alto livello tecnico della squadra, che è la numero 1 della classifica Fifa.
Un ct "umanista"
Sapendo che via via che il calcio d'inizio si avvicina, in Brasile, il pallone allontana un po' tutto il resto, Tite aveva risposto con flemma a chi lo aveva etichettato come comunista, ricordandogli come nel 2012 avesse portato all'allora presidente Lula la Copa Libertadores vinta col Corinthians e come 4 anni fa sempre il progressista Lula, dal carcere in cui stava scontando la discussa condanna per corruzione, lo avesse elogiato durante il torneo in Russia: "Io non sono comunista, sono umanista. Sto dalla parte del popolo. Non è giusto mischiare sport e politica". La questione è sottile, perché Bolsonaro ha perso le elezioni, il cui esito è stato peraltro da lui ufficialmente contestato in queste ore, e dovrà lasciare il Planalto, ma soltanto il 31 dicembre. La finale del Mondiale è il 18 e quel giorno, dunque, nel palazzo di Brasilia ci sarà ancora lo sconfitto. Il quale non ha mancato di ostentare durante il suo quadriennio la camiseta verdeamarela, cercando appunto di farne il simbolo del suo partito e convogliando tra le sue fila parecchi giocatori, tra i quali il più famoso: Neymar, che pure per le umili origini era stato sempre associato alla parte progressista. Anche per questo motivo ora il tema è così delicato e una sorta di referendum informale e assai ufficioso della stampa ha provato a catalogare i 26 convocati. Ne risulterebbe che la maggioranza fosse schierata con l'estrema destra, per quanto un calciatore celebre e influente come Richarlison, attaccante del Tottenham, abbia preso posizione contro il bolsonarismo, contro il razzismo e contro l'uso arbitrario della maglia della Seleçao.
Due per tre maglie: Vinicius, Raphinha e Fred
Tite ha preferito affrontare prima dell'esordio argomenti di campo, a cominciare dalle pressioni di natura sportiva: "Sono implicite, in un Paese come il nostro in cui il calcio è così importante, e bisogna accettarle. Ma oggi sono molto più tranquillo che in Russia, anche perché conosco meglio la tensione di queste partite. Mi sento più Adenor che Tite". Alludendo alla prevalenza brasiliana del soprannome sul nome all'anagrafe, intende dire che è più legittimato a essere se stesso, più sicuro di sé e meno condizionato dalle incombenze anche mediatiche del ruolo. Nel quale è già diventato il commissario tecnico del Brasile rimasto in carica per più tempo consecutivamente, dal settembre 2016 a questo 2022: lo precedono per numero di panchine Zagallo (123), Parreira (98) e Dunga (83), che Tite potrebbe raggiungere se arrivasse alla finale di questo Mondiale, visto che al momento ha diretto la Seleçao per 76 volte. Con risultati ottimi sul piano statistico - nemmeno una sconfitta nelle due fasi eliminatorie per i Mondiali di Russia e Qatar, 5 sconfitte in tutto - ma con un solo titolo importante (la Copa America 2019) e due ferite ancora brucianti: l'eliminazione ai quarti di finale in Russia, contro il Belgio, e la batosta della finale di Copa America persa l'anno scorso al Maracanà con l'Argentina: "La mia permanenza a lungo in questo ruolo è qualcosa di inusuale, sono un privilegiato. Ho ricevuto messaggi da Abel e Autuori, che potrebbero tranquillamente essere qui al mio posto", ha sdrammatizzato sul tema della potenziale sostituzione dopo il Mondiale. Al momento ammette di avere altri pensieri: tattici. Deve cioè scegliere tra l'offensivismo più spinto, con Neymar, Vinicius e Richarlisom tutti insieme (più Raphinha), e una formazione più prudente, con Fred al posto di uno tra Raphinha e Vinicius: "Serve una squadra equilibrata, ma l'equilibrio non dipende dal numero degli attaccanti", ha lasciato intatto il dubbio. Di sicuro dal risultato del debutto dipenderanno le pressioni dei prossimi giorni.