COMO – Altro che Clooney, altro che vippame hollywoodiano in villeggiatura sulle dolci acque solcate dal mogano dei vecchi Riva e dagli idrovolanti che si alzano in volo di fronte allo stadio. Qui siamo già alla “nona sinfonia”, titola così un quotidiano locale. «Se rinascesse Beethoven, abiterebbe a Como», ridacchia tutto pasciuto il “Gianni”. Quarantatré anni di abbonamento in gradinata, cresciuto a pane, misultin (le sardine di lago) e calcio. Fa niente se non di composizioni musicali ma di più prosaiche palle in rete si tratta. A Como il giorno dopo la goleada di Lens è un giovedì di sole e di serotonina. Gianni sfida la scaramanzia: «Vinciamo la Champions». Dopo il punteggio (9-1) da Playstation e il record di un’italiana nelle coppe, se in più sei quarto in campionato la sobrietà è un optional. Ha voglia mister Fabregas a dire «non siamo fenomeni». «La città è in orbita, i sogni non si tengono più»: Maurizio Arrabito, da Cernobbio. La moglie ha un negozio alle spalle del glorios…
COMO – Altro che Clooney, altro che vippame hollywoodiano in villeggiatura sulle dolci acque solcate dal mogano dei vecchi Riva e dagli idrovolanti che si alzano in volo di fronte allo stadio. Qui siamo già alla “nona sinfonia”, titola così un quotidiano locale. «Se rinascesse Beethoven, abiterebbe a Como», ridacchia tutto pasciuto il “Gianni”. Quarantatré anni di abbonamento in gradinata, cresciuto a pane, misultin (le sardine di lago) e calcio. Fa niente se non di composizioni musicali ma di più prosaiche palle in rete si tratta. A Como il giorno dopo la goleada di Lens è un giovedì di sole e di serotonina. Gianni sfida la scaramanzia: «Vinciamo la Champions». Dopo il punteggio (9-1) da Playstation e il record di un’italiana nelle coppe, se in più sei quarto in campionato la sobrietà è un optional. Ha voglia mister Fabregas a dire «non siamo fenomeni». «La città è in orbita, i sogni non si tengono più»: Maurizio Arrabito, da Cernobbio. La moglie ha un negozio alle spalle del glorioso e vetusto stadio Giuseppe Sinigaglia, simbolo del razionalismo mussoliniano. «I comaschi stanno diventando matti!». Tra lo stadio del Como 1907 e il mitico Aero Club si distendono altri luoghi iconici della comaschità: lo Yacht club Como, il Circolo canottieri Lario, la piscina. Passano due turisti olandesi, si infilano “da Pino”, uno dei due bar di ritrovo dei pre-partita. «Are they original?», sono originali?, chiedono tastando le magliette “Como” in vendita. «No». Allora i due si dirigono verso il centro. In via Luini, a 50 metri uno dall’altro, sorgono i Como Store, merchandising ufficiale. La gente è in fila. «È roba da Febbre a 90° — racconta Elena Roda, giornalista e insegnante, casa sua affaccia sullo stadio, potrebbe vedersi le partite dal balcone ma è anche lei abbonata al Como —. Noi comaschi siamo un po’ freddini, dopodiché questa squadra scioglierebbe anche i ghiaccioli».
L’impegno nel sociale
Risali verso il Sinigaglia. Il presidente Mirwan Suwarso — uomo di fiducia della proprietà, la famiglia indonesiana Hartono — arriva in suv (la squadra è rientrata da Lens alle 5 del mattino). Sui muri, manifesti che annunciano le prossime partite: grafica, stile, caratteri ricordano i cartelloni della Scala o dell’Arena di Verona. «Gli Hartono hanno investito tanto perché portano avanti il più ampio progetto Como Lake — spiega un tifoso all’imbarcadero dei traghetti — . Ma stanno dando tanto anche alla città e sono impegnati nel sociale».
La politica festeggia
Le prodezze del Como, a Como, fanno felici molti. Anche governo e opposizione. La ministra per la disabilità Alessandra Locatelli e il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni postano a manetta. Anche il centrosinistra sembra gradire. «I miei figli hanno 13 anni. Sono nati milanisti, poi sono diventati tifosi del Como», Simone. «I bambini di Como adesso tifano Como, non più Inter, Milan o Juve». In giro vedi tante felpe del club, anche tra i turisti. Alcuni “convertiti” si chiamano Hugh Grant, Adrien Brody, Chris Pine: lì a catechizzare sono i cachet degli Hartono. Che continuano ad aprire i borsoni. Al Pampero Rosso, ritrovo ultrà, ti parlano del “Cheers4Como”. Che cos’è? Se vai a vedere la partita al bar (vengono scelti a rotazione) e il Como vince, l’ultimo giro di bevute lo offre la società. Così si accontenta anche chi non può andare allo stadio. Il Sinigaglia può ospitare 13mila tifosi, la provincia conta 600mila abitanti. In alcuni locali, tra un karaoke e l’altro, partono le note di Figli del Sinigaglia: è il brano degli Atarassia Grop — band musicale cara a Zerocalcare e il cui vecchio leader, Filippo Andreani, fa parte del gruppo di tifosi Pesi Massimi — che risuona allo stadio a fine partita. Gli altri gruppi del tifo si chiamano Maledetta gioventù e Distinzione lariana (estrema destra). La squadra vola e i due gruppi si picchiano. Che storia, però, questa Disneyland disegnata da Fabregas e Nico Paz. Contenti tutti? Quasi. Tra le voci fuori dal coro, quella della sinistra sociale. Ragiona Roberto Adduci (PaP): «Il Como in A è una favola, ma la ricchezza che porta resta a pochi: la proprietà, gli alberghi di lusso, chi affitta ai turisti e vende case vista lago. Il conto lo pagano gli altri. Un club forte può essere una risorsa solo se la città decide chi ne deve beneficiare, altrimenti decide il mercato: i ricchi dentro e gli altri fuori».