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Gigi Riva, la Treccani celebra il mito: la storia di un campione diventato eterno

Gigi Riva con la maglia del Cagliari 

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A quasi tre anni dalla scomparsa, un volume della collana Miti Italiani ripercorre la vita, i dolori, le scelte e il legame indissolubile con la Sardegna di Rombo di Tuono
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Gigi Riva è un capitolo della nostra storia, non soltanto delle nostre vite, ed è un classico. Ecco perché la Treccani ha deciso di dedicargli, a quasi tre anni dalla morte, un volume monografico nella collana Miti Italiani, scelta che conferma la dimensione assoluta di un personaggio che attraverso lo sport e il gioco del calcio ha saputo diventare un luogo di memoria condivisa. Il mito, secondo Roland Barthes, è “il deposito stabile di un valore eterno”: Gigi Riva, di quel valore è cassaforte.

Nell’opera a più voci, corredata da un repertorio di magnifiche fotografie in parte inedite (commoventi quelle di Riva bambino, prima che la tragedia si abbattesse portandogli via il padre, la madre e una sorella), la figura del campione non è mai divisa da quella del simbolo di una terra, orgoglio e riscatto dei “banditi”, dei “pecorai”, come i sardi in trasferta negli stadi del continente venivano chiamati dai tifosi avversari…

Gigi Riva è un capitolo della nostra storia, non soltanto delle nostre vite, ed è un classico. Ecco perché la Treccani ha deciso di dedicargli, a quasi tre anni dalla morte, un volume monografico nella collana Miti Italiani, scelta che conferma la dimensione assoluta di un personaggio che attraverso lo sport e il gioco del calcio ha saputo diventare un luogo di memoria condivisa. Il mito, secondo Roland Barthes, è “il deposito stabile di un valore eterno”: Gigi Riva, di quel valore è cassaforte.

Nell’opera a più voci, corredata da un repertorio di magnifiche fotografie in parte inedite (commoventi quelle di Riva bambino, prima che la tragedia si abbattesse portandogli via il padre, la madre e una sorella), la figura del campione non è mai divisa da quella del simbolo di una terra, orgoglio e riscatto dei “banditi”, dei “pecorai”, come i sardi in trasferta negli stadi del continente venivano chiamati dai tifosi avversari. Non ci sono cesure: l’ombra che Riva portava negli occhi e nel cuore, scandita dai silenzi e, per decenni, da una crudele depressione, fa da contrasto e controcanto ai bagliori del fuoriclasse, figura molteplice e tormentata. Un eroe della fedeltà e del ritorno, secondo lo schema omerico dominato dall’orgoglio, dal sentimento del dovere e dalla solitudine.

Un giovane Gigi Riva 

L’Istituto della Enciclopedia Italiana rende onore all’enciclopedico Gigi Riva con pagine dense di storia, sociologia, filosofia, economia, antropologia e ovviamente sport. Tutto questo per un uomo con i suoi pugni stretti e le sue gambe rotte, e una strisciolina di carta scritta a mano con una sola parola, “Riva”, incollata al campanello di un condominio cagliaritano piuttosto anonimo: è lì che il mito trascorreva i giorni, uscendo pochissimo di casa. Era uno dei simboli di un’Italia dimenticata troppo in fretta, consegnata dai combattenti di guerra a un futuro pieno di slanci e illusioni, a figli e nipoti che forse non hanno saputo custodirla come si doveva. Gigi Riva e la nostra infanzia fatta anche di lui, e di quelli come lui, i compagni di squadra con i nomi bizzarri, Ricciotti Greatti o Comunardo Niccolai, Martiradonna e Beppe Tomasini che adesso dice «Gigi manca da tutte le parti».

Quando da giovane sei stato Gigi Riva, che fare ancora? La Treccani ha scelto parole precise, con esattezza scientifica e sottile sensibilità umana, per raccontare la presenza di questo mito nelle case dei pastori e degli operai che tenevano, e ancora tengono, la foto dell’ala sinistra appoggiata sul mobile del tinello, vicino a quella di Gramsci e di Sant’Efisio, protettore della Sardegna. Maestoso e schivo, Gigi Riva e il suo lungo viaggio per muoversi infine pochissimo, anzi niente. Ma lui non ha mai tradito. L’orfanotrofio con le inutili fughe, la terra chiara sui campi di pallone senza erba, fuggire in cielo per una rovesciata o un colpo di testa, e se possibile non tornare sulla terra mai più.

(ansa)

E il dolore, certamente, la maglia azzurra che gli costò ossa rotte e altra leggenda, l’Europeo del ’68 conquistato a Roma, Italia-Germania 4-3 in Messico, i 35 gol ineguagliati, ma anche i quasi trent’anni da dirigente accompagnatore azzurro sempre dalla parte dei giocatori. Poter esistere con fierezza, e poi andarsene in silenzio: tutto è dignità e vocazione.

Riva in maglia azzurra (fotogramma)

Il racconto degli anni giovanili e il parallelo tra il destino di un campione e di una terra sono forse le parti più importanti del volume. Un giorno, suo padre Ugo, grande appassionato di ciclismo, portò Gigi a vedere il passaggio della Tre Valli Varesine, e al bambino indicò il suo idolo Fausto Coppi piegato sul manubrio e sul proprio destino, altra leggenda dagli occhi tristi. Che incontro dev’essere stato. Molto interessante anche il capitolo che illustra il “Piano di rinascita economica e sociale” (giugno 1962) e l’arrivo di Gigi Riva in Sardegna (1963), un percorso il cui il corpo e l’ombra non rappresentano il doppio di sé, ma un’analoga trama fatta di speranza, forza, riscatto, illusione e addio. Come un rasoio che traccia un solco su un prato, Gigi Riva ha tenuto insieme tutto questo.

Il romanzo familiare collettivo, il mito identitario e il bisogno di libertà, col prezzo che inevitabilmente si paga. Ed è la coerenza dei rifiuti, la potenza dei no, non soltanto ai trasferimenti nei grandi club ma anche solo a una minima deroga alla propria dignità, ad aver reso Gigi Riva diverso da ogni altro campione. Ed è per questo che, pensando a lui, il cuore ci picchia in petto come se ancora avessimo otto anni.

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