Il campionato al tramonto prima della rivoluzione delle panchine: dietro l’Inter campione cambiano tutte
di Paolo CondòNell’ultimo mese di campionato i rapporti di forza scivolano in secondo piano rispetto alle motivazioni. In verità la moltiplicazione degli obiettivi sportivo/amministrativi — le qualificazioni alle varie coppe — ha ridotto il fenomeno a dimensioni accettabili: al tramonto della 35ª giornata sono ancora sedici le squadre che hanno un traguardo da tagliare o un sogno che l’aritmetica non vieta ancora (tutte tranne l’Inter campione, il Milan in Champions, il Genoa sereno a metà classifica e la Salernitana retrocessa), e questo aiuta la regolarità del torneo. Un tempo era molto peggio. Quando il mismatch di motivazioni è inevitabile, però, le montagne si spianano e i fossati si colmano: la vittoria del Sassuolo sull’Inter, tecnicamente inspiegabile visti i 63 punti di differenza della vigilia, diventa logica se si osservano gli occhi (finalmente) da tigre di una squadra scivolata al penultimo posto quasi senza accorgersene, e quelli impigriti dai fisiologici bagordi di chi ha appena vint…
Nell’ultimo mese di campionato i rapporti di forza scivolano in secondo piano rispetto alle motivazioni. In verità la moltiplicazione degli obiettivi sportivo/amministrativi — le qualificazioni alle varie coppe — ha ridotto il fenomeno a dimensioni accettabili: al tramonto della 35ª giornata sono ancora sedici le squadre che hanno un traguardo da tagliare o un sogno che l’aritmetica non vieta ancora (tutte tranne l’Inter campione, il Milan in Champions, il Genoa sereno a metà classifica e la Salernitana retrocessa), e questo aiuta la regolarità del torneo. Un tempo era molto peggio. Quando il mismatch di motivazioni è inevitabile, però, le montagne si spianano e i fossati si colmano: la vittoria del Sassuolo sull’Inter, tecnicamente inspiegabile visti i 63 punti di differenza della vigilia, diventa logica se si osservano gli occhi (finalmente) da tigre di una squadra scivolata al penultimo posto quasi senza accorgersene, e quelli impigriti dai fisiologici bagordi di chi ha appena vinto lo scudetto. Per 33 partite Inzaghi ha allenato con profitto l’ambizione, alla 34ª ha celebrato la festa e adesso deve gestire attraverso record un po’ freddini il finale di stagione. Viceversa Ballardini allena la disperazione, che ingigantisce col passare dei turni e sabato ha pesato più della declinante ambizione nerazzurra.
Il pareggio del Milan col Genoa in una casa che lo sciopero del tifo ha reso gelida è una storia diversa, figlia dei sei derby persi di fila che hanno avvelenato il rapporto con Pioli e, più in generale, di un superamento ancora irrisolto dell’era-Berlusconi. Dal 2000 a oggi il Milan ha vinto 3 scudetti contro gli 11 della Juve e i 7 dell’Inter, la frustrazione popolare ha raggiunto l’orlo del bicchiere, e ormai trabocca. La partita di ieri è stata un mix di belle giocate e grosse sciocchezze, tipico prodotto di un ambiente dove il futuro ha invaso il presente togliendogli ogni interesse: ogni discorso riguarda il prossimo allenatore e i prossimi giocatori, e la pressione sulla società ha già tolto dal tavolo l’ipotesi Lopetegui. I tifosi hanno il diritto di esprimere le loro preferenze ed è vero che lo spagnolo scalda poco: detto ciò, il club forte e convinto delle sue scelte non si lascia condizionare. La verità è che il primo a non esserne convinto era lui.
Tornando al quadro generale, si va verso una rivoluzione tecnica senza precedenti. La scorsa estate in Serie A si è verificata una situazione ben strana: ha cambiato allenatore il club campione d’Italia — il Napoli, costretto dalle dimissioni di Spalletti — e sono rimasti al loro posto tutti i tecnici battuti. Naturalmente c’è battuto e battuto, chi arriva secondo a sorpresa (Sarri, con la Lazio) lo è assai meno di chi guida una squadra metropolitana a posizioni di rincalzo: però il brillante comportamento di molti nelle coppe, unito alla salda gestione di un durissimo periodo extra campo da parte di Allegri alla Juve, fecero sì che praticamente nessuno toccasse il proprio progetto tecnico. In ordine di classifica, la prima società a cambiare dopo il Napoli campione fu il Lecce sedicesimo.
A quanto pare, quest’anno accadrà l’esatto contrario. Confermato Simone Inzaghi dall’Inter — e la normalità è questa, non i quattro avvicendamenti dei campioni visti negli ultimi cinque anni — alle sue spalle cambieranno tutti. O meglio, visto che consideriamo De Rossi e Tudor due nuovi progetti già partiti, la prima panchina dopo quella dell’Inter a non cambiare occupante da una stagione all’altra sarà del Genoa, che ha praticamente confermato Gilardino. Non è un discorso di sole bocciature: Bologna e Atalanta sarebbero felici di confermare Motta e Gasperini, ma i corteggiamenti ai due tecnici in corso sono pressanti. Comunque vada, ne uscirà un panorama stravolto.
A tre giornate dalla fine, la corsa ai posti Champions è diventata una camminata: quarto pareggio consecutivo della Juve in un divertente confronto diretto con la Roma, a sua volta al secondo pari di fila (eccezionali i portieri, era un match da 3-3, e finalmente grande Chiesa). Il Bologna ha raccolto tre 0-0 nelle ultime cinque gare, vede il traguardo ma stenta a toccarlo. E quindi tutti lavorano per l’Atalanta, che all’alba di oggi conta due gare in meno della Roma ma stasera dovrebbe affiancarla (gioca a Salerno). Ah, domenica prossima c’è Atalanta-Roma, e questo dopo le semifinali di ritorno delle coppe di giovedì. L’ultimo che resta in piedi vince.