Nicolai Lilin, la leggenda del russo tatuatore
Luca Valtorta , di LUCA VALTORTAEsce un nuovo capitolo dell'epopea dell'autore di Educazione siberiana. Titolo: Il marchio ribelle. Come quelli che porta addosso. E che disegna. "Ma non è autobiografia"
MILANO. Il ronzio della macchinetta non smetterà un attimo dal momento in cui entro al "Marchiaturificio", il negozio di tatuaggi che Nicolai Lilin ha aperto in una traversa di via Torino, a due passi dal Duomo. Chi ha letto i suoi romanzi sa perché: da Educazione siberiana a Storie sulla pelle e Favole fuorilegge si raccontano le particolarità del tatuaggio dei criminali siberiani. "Non tatuo tutti" dice Lilin. "Chi vuole un tatuaggio da me deve prima raccontarmi la sua storia, se è interessante io poi la interpreto". Assolutamente aborriti quelli che arrivano con il disegnino standard: "Io non faccio queste cose" spiega con disarmante tranquillità. "Un mio grande dispiacere è che gli italiani abbiano dimenticato la grande tradizione di tatuaggio del vostro Paese: la mia socia Carlotta Monni lavora invece proprio su questo".
Ci sediamo nel "confessionale", la stanzetta sopra il labo…
Ci sediamo nel "confessionale", la stanzetta sopra il labo…
MILANO. Il ronzio della macchinetta non smetterà un attimo dal momento in cui entro al "Marchiaturificio", il negozio di tatuaggi che Nicolai Lilin ha aperto in una traversa di via Torino, a due passi dal Duomo. Chi ha letto i suoi romanzi sa perché: da Educazione siberiana a Storie sulla pelle e Favole fuorilegge si raccontano le particolarità del tatuaggio dei criminali siberiani. "Non tatuo tutti" dice Lilin. "Chi vuole un tatuaggio da me deve prima raccontarmi la sua storia, se è interessante io poi la interpreto". Assolutamente aborriti quelli che arrivano con il disegnino standard: "Io non faccio queste cose" spiega con disarmante tranquillità. "Un mio grande dispiacere è che gli italiani abbiano dimenticato la grande tradizione di tatuaggio del vostro Paese: la mia socia Carlotta Monni lavora invece proprio su questo".
Ci sediamo nel "confessionale", la stanzetta sopra il laboratorio dove i clienti si raccontano. Lilin sta per pubblicare (con Einaudi) Il marchio ribelle, "un insieme di storie che allargano la visione di Educazione siberiana. Questa volta racconto il momento di passaggio dall'etica dei vecchi criminali al salto senza regole delle nuove generazioni, sancito da una cosa precisa: la diffusione dell'eroina e la collusione con la polizia per lo spaccio". Nicolai si siede su un divano nero sotto una grande croce di bossoli, "l'ho fatta per ricordare i miei amici morti nella guerra di Cecenia".
Da Educazione siberiana Gabriele Salvatores ha tratto un film: com'è nata quella collaborazione?
"Lui ha trattato bene la mia storia, con rispetto, è stato molto delicato nel trascrivere i valori che cercavo di raccontare. Ho collaborato con gli sceneggiatori ed ero presente tutti i giorni sul set".
Quindi ha conosciuto anche John Malkovich?
"Certo. Ho lavorato con lui. L'ho tatuato... per finta. Sul set ho diretto tutto il lavoro di riproduzione dei tatuaggi. Volevo fossero il più credibili possibile, per cui per ogni personaggio ne ho creati di originali: circa trecento in tutto. Quando John recitava ci svegliavamo alle cinque del mattino: per riportare sul suo corpo i finti tatuaggi bisognava applicare una pellicola particolare che poi veniva lavorata: un processo lungo. Così abbiamo parlato molto: lui mi chiedeva di mio nonno per cercare di entrare nel ruolo".
Era un tipo strano?
"Beh, sì. Lui odia il trucco, ma per alcune scene doveva apparire molto invecchiato e ci chiedevamo tutti come avrebbe fatto. A un certo punto si ammalò: aveva la febbre altissima, quasi non riusciva a camminare: si fece portare sul set dal manager e a Gabriele disse: 'Mi volevi vecchio, sono diventato vecchio: gira!?'. Sembrava avere trent'anni di più!".
Un altro scrittore che apprezza il suo lavoro è Roberto Saviano. Vi occupate di un tema comune: i criminali...
"Sì, ma sono mondi diversissimi: Roberto si occupa di una realtà molto concreta e contemporanea, io di un mondo che non c'è più: quello dei vecchi criminali che avevano una loro etica. Nel nuovo libro racconto questo trapasso tra vecchia e nuova criminalità che avviene su un punto preciso: l'eroina. I vecchi avevano tutta una serie di regole per cui si rifiutavano di venderla ai ragazzini, ai giovani invece non importa nulla. Il paradosso è che per un periodo vecchi poliziotti e vecchi criminali erano quasi alleati contro nuovi gangster e poliziotti corrotti, che invece non avevano remore. E poi c'è un'altra cosa: Roberto è un giornalista; fa nomi, scrive dati, cita processi. Io sono uno scrittore, la mia dimensione è quella letteraria, elaboro la realtà per rendere la storia leggibile...".
Quindi quanto c'è di romanzato nelle sue storie?
"Partono quasi sempre da fatti reali ma sono romanzi, non autobiografie né libri di denuncia. Insomma non sono il "Saviano siberiano". In particolare, il libro sulla Cecenia è molto più romanzato perché non volevo che si potessero scoprire i nomi dei reparti, dei soldati con cui combattevo: alcuni sono ancora in servizio. In Russia su queste cose non si scherza. Non è che abbia paura di essere avvelenato col plutonio, non sono così importante e non ho grandi segreti da rivelare, voglio però essere coerente".
Perché se n'è andato dall'esercito?
"Perché ho sentito dentro di me il male: paura, morte, sangue, sporco per due anni. Non ti può piacere la guerra. Quelli che dicono che gli piace o sono dei pazzi o non l'hanno mai fatta, l'hanno solo vista in televisione o nei videogame".
Poi però si è arruolato in un'agenzia di sicurezza che faceva riferimento all'esercito israeliano.
"Sarò ingenuo ma lo consideravo un modo per emendarmi dalla guerra. Un lavoro di mediazione: devi trovare il leader di un gruppo armato locale, convincerlo a sedersi al tavolo delle trattative o negoziare la liberazione di un ostaggio. Dopo l'Iraq però queste agenzie sono diventate incontrollabili e hanno fatto un danno peggiore di quelli che faceva l'esercito: vedi Blackwater e altre, che si sono comportate in maniera vergognosa. Con gli israeliani ho fatto tre contratti e non ho visto niente di brutto".
È stato anche ferito.
"Sì. Un effettivo americano vicino a me è saltato su una mina e una scheggia mi ha colpito alla gamba destra. Dopo quello ho detto basta. Sono venuto in Italia perché mia madre era già qui".
E adesso è cittadino italiano?
"Sì, dal 2007".
Per chi voterà alle prossime elezioni?
"Stavolta è difficile. Mi preoccupa però che anche in Italia ci siano forze politiche che non rispettano le premesse democratiche della Costituzione, facendo leva su paure come quella per "l'uomo nero"".
Anche a lei però hanno dato del razzista.
"Io sono per l'accoglienza, come potrei non esserlo? Anch'io sono stato accolto dall'Italia. Ma mi sembra che l'accoglienza non valga per tutti: sulla Russia per esempio, spesso e volentieri c'è chiusura totale. Però Laura Boldrini ha incontrato in veste istituzionale un individuo come Andriy Parubiy, che è stato il capo del Snpu, l'organizzazione paramilitare neonazista più potente d'Ucraina, e ora è presidente del Parlamento. Non sono neonazisti come quelli che conosciamo noi in Europa: sono persone armate fino ai denti che programmano lo sterminio sistematico dei nemici politici. Il 4 maggio 2014 i gruppi di neonazisti guidati da questo personaggio hanno bruciato vive decine di persone che si erano rifugiate nella Casa dei sindacati a Odessa. Un crimine talmente efferato che per qualche settimana il mondo intero ha fatto fatica a pensare che potesse essere vero. Hanno incominciato a crederci solo quando gli stessi assassini hanno messo i video online".
Lei ha polemizzato anche sull'attentato in Spagna.
"Dopo Barcellona ho ribattuto a un tweet di Laura Boldrini che ritenevo ipocrita perché l'Isis è alleato con i neonazisti ucraini: c'è un battaglione composto da terroristi ceceni che dal 2015 si è spostato dalla Siria per integrarsi nell'esercito ucraino che opera nel Donbass insieme a battaglioni neonazisti finanziati dagli oligarchi. Lì succedono cose terribili di cui qui non parla nessuno. Oles Buzina, un mio carissimo amico scrittore che è stato tra i primi a raccontare della rinascita dei neonazisti, è stato ucciso proprio da loro. Per questo mi sono arrabbiato con Boldrini. Le ho scritto tre lettere ma non mi ha mai risposto".
Lei stesso però è stato accusato di essere nazista. Ma anche comunista, filo-Putin e forse agente del Mossad.
"Quando racconti cose un po' diverse dal coro e un po' più complesse vieni subito ridimensionato con formule come "sei un fascista" oppure "sei un putiniano": tutto e il contrario di tutto. I russi, poi, vengono sempre rappresentati come cattivi e nessuno dice niente. A me non frega niente di Putin, non mi è mai stato simpatico".
Ai russi Putin piace?
"I russi hanno vissuto momenti tremendi. Putin ha cercato di distruggere un tipo di sistema che a sua volta stava distruggendo il Paese. L'ha fatto con i suoi modi, che io non condivido perché penso che il leader di un Paese debba essere un umanista, non un ex militare. Però molti russi hanno paura di tornare agli anni 90 e la presenza di una figura forte come Putin è un'ancora di salvezza. E io li capisco. Temono l'arrivo di un intellettuale come Gorbaciov, che per loro è colui che ha lasciato distruggere il Paese. Anche se io penso che sia stato un grande, un visionario della politica. Lui aveva previsto tutto, anche la morte della sinistra: 'Muore quando muore l'empatià diceva. L'empatia è morta, infatti. E noi oggi la sinistra non ce l'abbiamo più".
Conosce un gruppo italiano che si chiamava Cccp-Fedeli alla linea?
"Giovanni Lindo Ferretti mi ha chiamato per invitarmi a un suo spettacolo di cavalli, mi sembra una persona interessante, mistica. Va approfondito".
Nel suo libro parla anche di punk e metallari.
"Forse può sembrare ingenuo ma molti giovani hanno creduto nella forza del rock come motore di cambiamento sociale e anche politico. Forse dal punto di vista politico non ha funzionato ma da quello sociale sì".
Il libro si intitola Il marchio ribelle: chi sono per lei i ribelli?
"Credo che la ribellione sia la cosa più importante per gli esseri umani. Il malessere che viviamo in questo periodo in Italia e nel mondo è dovuto al fatto che abbiamo perso l'abitudine di contestare. Contestare le cose ingiuste. Ribellarsi contro le paure che vengono create artificialmente: islamofobia, omofobia, russofobia. Il famoso jihad, per esempio: il vero musulmano ti spiegherà che non è una guerra da fare agli altri ma una guerra che l'individuo deve fare con se stesso per migliorarsi. Dobbiamo ribellarci contro il sistema, contro le ingiustizie, contro noi stessi. Non perdere la speranza di cambiare questo mondo".
Sul Venerdì del 9 febbraio 2018
Ci sediamo nel "confessionale", la stanzetta sopra il laboratorio dove i clienti si raccontano. Lilin sta per pubblicare (con Einaudi) Il marchio ribelle, "un insieme di storie che allargano la visione di Educazione siberiana. Questa volta racconto il momento di passaggio dall'etica dei vecchi criminali al salto senza regole delle nuove generazioni, sancito da una cosa precisa: la diffusione dell'eroina e la collusione con la polizia per lo spaccio". Nicolai si siede su un divano nero sotto una grande croce di bossoli, "l'ho fatta per ricordare i miei amici morti nella guerra di Cecenia".
Da Educazione siberiana Gabriele Salvatores ha tratto un film: com'è nata quella collaborazione?
"Lui ha trattato bene la mia storia, con rispetto, è stato molto delicato nel trascrivere i valori che cercavo di raccontare. Ho collaborato con gli sceneggiatori ed ero presente tutti i giorni sul set".
Quindi ha conosciuto anche John Malkovich?
"Certo. Ho lavorato con lui. L'ho tatuato... per finta. Sul set ho diretto tutto il lavoro di riproduzione dei tatuaggi. Volevo fossero il più credibili possibile, per cui per ogni personaggio ne ho creati di originali: circa trecento in tutto. Quando John recitava ci svegliavamo alle cinque del mattino: per riportare sul suo corpo i finti tatuaggi bisognava applicare una pellicola particolare che poi veniva lavorata: un processo lungo. Così abbiamo parlato molto: lui mi chiedeva di mio nonno per cercare di entrare nel ruolo".
Era un tipo strano?
"Beh, sì. Lui odia il trucco, ma per alcune scene doveva apparire molto invecchiato e ci chiedevamo tutti come avrebbe fatto. A un certo punto si ammalò: aveva la febbre altissima, quasi non riusciva a camminare: si fece portare sul set dal manager e a Gabriele disse: 'Mi volevi vecchio, sono diventato vecchio: gira!?'. Sembrava avere trent'anni di più!".
Un altro scrittore che apprezza il suo lavoro è Roberto Saviano. Vi occupate di un tema comune: i criminali...
"Sì, ma sono mondi diversissimi: Roberto si occupa di una realtà molto concreta e contemporanea, io di un mondo che non c'è più: quello dei vecchi criminali che avevano una loro etica. Nel nuovo libro racconto questo trapasso tra vecchia e nuova criminalità che avviene su un punto preciso: l'eroina. I vecchi avevano tutta una serie di regole per cui si rifiutavano di venderla ai ragazzini, ai giovani invece non importa nulla. Il paradosso è che per un periodo vecchi poliziotti e vecchi criminali erano quasi alleati contro nuovi gangster e poliziotti corrotti, che invece non avevano remore. E poi c'è un'altra cosa: Roberto è un giornalista; fa nomi, scrive dati, cita processi. Io sono uno scrittore, la mia dimensione è quella letteraria, elaboro la realtà per rendere la storia leggibile...".
Quindi quanto c'è di romanzato nelle sue storie?
"Partono quasi sempre da fatti reali ma sono romanzi, non autobiografie né libri di denuncia. Insomma non sono il "Saviano siberiano". In particolare, il libro sulla Cecenia è molto più romanzato perché non volevo che si potessero scoprire i nomi dei reparti, dei soldati con cui combattevo: alcuni sono ancora in servizio. In Russia su queste cose non si scherza. Non è che abbia paura di essere avvelenato col plutonio, non sono così importante e non ho grandi segreti da rivelare, voglio però essere coerente".
Perché se n'è andato dall'esercito?
"Perché ho sentito dentro di me il male: paura, morte, sangue, sporco per due anni. Non ti può piacere la guerra. Quelli che dicono che gli piace o sono dei pazzi o non l'hanno mai fatta, l'hanno solo vista in televisione o nei videogame".
Poi però si è arruolato in un'agenzia di sicurezza che faceva riferimento all'esercito israeliano.
"Sarò ingenuo ma lo consideravo un modo per emendarmi dalla guerra. Un lavoro di mediazione: devi trovare il leader di un gruppo armato locale, convincerlo a sedersi al tavolo delle trattative o negoziare la liberazione di un ostaggio. Dopo l'Iraq però queste agenzie sono diventate incontrollabili e hanno fatto un danno peggiore di quelli che faceva l'esercito: vedi Blackwater e altre, che si sono comportate in maniera vergognosa. Con gli israeliani ho fatto tre contratti e non ho visto niente di brutto".
È stato anche ferito.
"Sì. Un effettivo americano vicino a me è saltato su una mina e una scheggia mi ha colpito alla gamba destra. Dopo quello ho detto basta. Sono venuto in Italia perché mia madre era già qui".
E adesso è cittadino italiano?
"Sì, dal 2007".
Per chi voterà alle prossime elezioni?
"Stavolta è difficile. Mi preoccupa però che anche in Italia ci siano forze politiche che non rispettano le premesse democratiche della Costituzione, facendo leva su paure come quella per "l'uomo nero"".
Anche a lei però hanno dato del razzista.
"Io sono per l'accoglienza, come potrei non esserlo? Anch'io sono stato accolto dall'Italia. Ma mi sembra che l'accoglienza non valga per tutti: sulla Russia per esempio, spesso e volentieri c'è chiusura totale. Però Laura Boldrini ha incontrato in veste istituzionale un individuo come Andriy Parubiy, che è stato il capo del Snpu, l'organizzazione paramilitare neonazista più potente d'Ucraina, e ora è presidente del Parlamento. Non sono neonazisti come quelli che conosciamo noi in Europa: sono persone armate fino ai denti che programmano lo sterminio sistematico dei nemici politici. Il 4 maggio 2014 i gruppi di neonazisti guidati da questo personaggio hanno bruciato vive decine di persone che si erano rifugiate nella Casa dei sindacati a Odessa. Un crimine talmente efferato che per qualche settimana il mondo intero ha fatto fatica a pensare che potesse essere vero. Hanno incominciato a crederci solo quando gli stessi assassini hanno messo i video online".
Lei ha polemizzato anche sull'attentato in Spagna.
"Dopo Barcellona ho ribattuto a un tweet di Laura Boldrini che ritenevo ipocrita perché l'Isis è alleato con i neonazisti ucraini: c'è un battaglione composto da terroristi ceceni che dal 2015 si è spostato dalla Siria per integrarsi nell'esercito ucraino che opera nel Donbass insieme a battaglioni neonazisti finanziati dagli oligarchi. Lì succedono cose terribili di cui qui non parla nessuno. Oles Buzina, un mio carissimo amico scrittore che è stato tra i primi a raccontare della rinascita dei neonazisti, è stato ucciso proprio da loro. Per questo mi sono arrabbiato con Boldrini. Le ho scritto tre lettere ma non mi ha mai risposto".
Lei stesso però è stato accusato di essere nazista. Ma anche comunista, filo-Putin e forse agente del Mossad.
"Quando racconti cose un po' diverse dal coro e un po' più complesse vieni subito ridimensionato con formule come "sei un fascista" oppure "sei un putiniano": tutto e il contrario di tutto. I russi, poi, vengono sempre rappresentati come cattivi e nessuno dice niente. A me non frega niente di Putin, non mi è mai stato simpatico".
Ai russi Putin piace?
"I russi hanno vissuto momenti tremendi. Putin ha cercato di distruggere un tipo di sistema che a sua volta stava distruggendo il Paese. L'ha fatto con i suoi modi, che io non condivido perché penso che il leader di un Paese debba essere un umanista, non un ex militare. Però molti russi hanno paura di tornare agli anni 90 e la presenza di una figura forte come Putin è un'ancora di salvezza. E io li capisco. Temono l'arrivo di un intellettuale come Gorbaciov, che per loro è colui che ha lasciato distruggere il Paese. Anche se io penso che sia stato un grande, un visionario della politica. Lui aveva previsto tutto, anche la morte della sinistra: 'Muore quando muore l'empatià diceva. L'empatia è morta, infatti. E noi oggi la sinistra non ce l'abbiamo più".
Conosce un gruppo italiano che si chiamava Cccp-Fedeli alla linea?
"Giovanni Lindo Ferretti mi ha chiamato per invitarmi a un suo spettacolo di cavalli, mi sembra una persona interessante, mistica. Va approfondito".
Nel suo libro parla anche di punk e metallari.
"Forse può sembrare ingenuo ma molti giovani hanno creduto nella forza del rock come motore di cambiamento sociale e anche politico. Forse dal punto di vista politico non ha funzionato ma da quello sociale sì".
Il libro si intitola Il marchio ribelle: chi sono per lei i ribelli?
"Credo che la ribellione sia la cosa più importante per gli esseri umani. Il malessere che viviamo in questo periodo in Italia e nel mondo è dovuto al fatto che abbiamo perso l'abitudine di contestare. Contestare le cose ingiuste. Ribellarsi contro le paure che vengono create artificialmente: islamofobia, omofobia, russofobia. Il famoso jihad, per esempio: il vero musulmano ti spiegherà che non è una guerra da fare agli altri ma una guerra che l'individuo deve fare con se stesso per migliorarsi. Dobbiamo ribellarci contro il sistema, contro le ingiustizie, contro noi stessi. Non perdere la speranza di cambiare questo mondo".
Sul Venerdì del 9 febbraio 2018