Liberateci dalle armi. Ma non troppo
Riccardo Staglianò , dal nostro inviato RICCARDO STAGLIANO'I superstiti della strage nel liceo di Parkland stanno girando l’America per la loro campagna. Che, abbiamo scoperto incontrandoli, in realtà non mira al cessate il fuoco. Reportage
AURORA (COLORADO). Per prime arrivano le mamme e i due furgoni neri dei Brothers BBQ che montano i forni da campo per le costolette di maiale. In maglietta rossa ecco le Moms Demand Action for Gun Sense in America. Chiedono «buon senso nell’uso delle armi». Niente di meno ma neanche niente di più. Sono uno dei gruppi spalla, insieme agli Students Demand Action, della star della serata: il movimento March for Our Lives, iniziato da alcuni sopravvissuti della strage di Parkland, in Florida, dove in 6 minuti e venti secondi sono stati trucidati 17 studenti da un loro ex compagno di classe con un fucile semiautomatico che può sparare fino a 800 colpi al minuto. L’aveva comprato legalmente. Era già stato segnalato alla polizia 39 volte. Il 14 febbraio scorso, giorno di San Valentino, si è fatto lasciare da un’auto Uber al liceo Marjory Stoneman Douglas e ha estratto dalla borsa nera un AR-15. L’indomani, gli occhi ancora bistr…
AURORA (COLORADO). Per prime arrivano le mamme e i due furgoni neri dei Brothers BBQ che montano i forni da campo per le costolette di maiale. In maglietta rossa ecco le Moms Demand Action for Gun Sense in America. Chiedono «buon senso nell’uso delle armi». Niente di meno ma neanche niente di più. Sono uno dei gruppi spalla, insieme agli Students Demand Action, della star della serata: il movimento March for Our Lives, iniziato da alcuni sopravvissuti della strage di Parkland, in Florida, dove in 6 minuti e venti secondi sono stati trucidati 17 studenti da un loro ex compagno di classe con un fucile semiautomatico che può sparare fino a 800 colpi al minuto. L’aveva comprato legalmente. Era già stato segnalato alla polizia 39 volte. Il 14 febbraio scorso, giorno di San Valentino, si è fatto lasciare da un’auto Uber al liceo Marjory Stoneman Douglas e ha estratto dalla borsa nera un AR-15. L’indomani, gli occhi ancora bistrati dal pianto, alcuni tra gli illesi hanno creato il movimento che, dopo una trionfale manifestazione a Washington (oltre 800 mila partecipanti diventati 2 milioni con i cortei gemellati) ha emozionato il mondo, galvanizzato gli Stati Uniti meno sanguinari e convinto un discreto numero di celebrità a staccare assegni, come i 500 mila dollari di George Clooney, per sostenere la causa di questi ragazzi che, con il generico candore dei loro anni addizionato allo specifico candore americano, dicono di voler «semplicemente cambiare il mondo». Considerato che qui muoiono quasi cento persone al giorno per armi da fuoco qualcuno dovrà pur farlo. Ma saranno proprio loro?
Anch’io, come il killer diciannovenne Nikolas Cruz, ho preso Uber per arrivare nel parco pubblico che ospiterà dibattito e grigliata, non lontano dal cinema dove nel 2012 un ventenne in tenuta tattica sterminò 12 persone alla prima di Batman. L’autista Shanan commenta: «Chissà perché da noi così tanti morti ammazzati rispetto al resto del mondo?». Sospetto che davvero non abbia la risposta (357 milioni di armi, più degli abitanti, dovrebbero costituire un indizio), ma poi dice che scherza, che lo sa. Mentre l’altra passeggera cita uno studio degli anni 50 che sembra la parafrasi della regola drammaturgica di Cechov sulla pistola che appare nel primo atto: «Diceva che se due litigano e in casa c’è una rivoltella è molto probabile che uno, preferibilmente l’uomo, a un certo punto la userà». Con mia enorme sorpresa saranno le voci più nette tra quelle che sentirò nelle ore seguenti.
La prima mamma che interpello non ha ricevuto «l’addestramento per parlare ai giornalisti». Dice solo che è lì perché nel ‘99, quando era incinta, in un momento di rabbia lo zio la minacciò con una pistola alla tempia. Si sente miracolata, e vuole aiutare gli altri a non trovarsi nella stessa situazione. A parlare delega Sarah, che è lì per onorare la memoria del suo miglior amico ucciso a Orlando, in Florida. «Non siamo contro il Secondo emendamento» premette, ovvero il diritto di portare le armi, «ma per evitare che finiscano in mano a chi ha una storia di disturbi mentali, violenza e altri indicatori di rischio». La chiamano legge Red Flag, bandierine rosse, sembra il grado zero della ragionevolezza ma vige solo in pochi Stati, affossata da parlamentari foraggiati dalla pluripotente National Rifle Association. Di fronte alla loro proposta oscena, recentemente rilanciata da Trump, di «armare gli insegnanti» come linea di difesa dagli assassinii scolastici, non si scompone e risponde fattuale: «Non sono pagati abbastanza per fare anche quello. E la maggior parte non se la sentirebbe». Il principio invece non la turba.
Nell’attesa degli oratori più celebri che ieri erano in New Mexico, due giorni fa in Texas e entro l’estate in bus toccheranno quasi tutti gli Stati, lo staff che si muove con un furgone pieno di merchandising (magliette, spille da 5 dollari, tavoli pieghevoli) allestisce alcuni giochi tra cui una dama su prato e il cornhole, il cui scopo è fare centro con un sacchetto di fagioli in un buco a sei metri di distanza. Un altro gazebo è per registrare il maggior numero di persone possibili, soprattutto i giovani, nelle liste elettorali, per votare alle elezioni di medio termine di novembre. Non riesco a non notare la contraddizione, almeno estetica, tra le migliori intenzioni di un volontario e i suoi pantaloni camouflage alla Rambo. Alle cinque, puntualissima, si manifesta Jaclyn Corin, che appartiene senz’altro al quintetto più visibile del movimento. Ha 17 anni, i capelli biondi e una maglietta che rivendica “Siamo il 97%” che, mi spiegherà, allude alla percentuale di americani favorevoli a introdurre «universal background check», ovvero controlli per capire se uno ha precedenti penali, per chiunque compri un’arma. È il punto tre del decalogo ufficiale delle loro richieste, in cima al quale svetta quella più sorprendente: «Finanziare la ricerca sulla violenza da armi da fuoco» dal momento che al Cdc, il loro Istituto superiore di sanità, da anni hanno tolto finanziamenti per studiare il fenomeno dal punto di vista dell’impatto sulla salute pubblica. A rischio spoiler, posso assicurare che non giova (la principale causa di morte dei 15-19enni è l’omicidio o suicidio, e i neri rischiano 10 volte più dei bianchi di finire assassinati).
Ma torniamo a Jaclyn, alla sua fiducia nei confronti del mondo (quando vede Matt, attivista locale con cui si è scritta a lungo, non si trattiene dal fargli i complimenti per i suoi «magnifici denti»): «Un’altra richiesta è mettere al bando i caricatori ad alta capacità, quelli da 10 pallottole in su. Chi li difende dice che servono per cacciare ma se vi servono dieci colpi per uccidere un cervo siete proprio un pessimo cacciatore. Per tacere del fatto che quei proiettili esplodono all’interno e rovinano la carne». Un’argomentazione difficilmente smentibile che sembra ricalcata dal celebre dialogo iniziale del Cacciatore di Michael Cimino, raggelante film sui guasti postumi della guerra in Vietnam. Al punto dieci della lista c’è la «conservazione sicura», ovvero il fatto che non puoi tenere un’arma in giro, a portata di mano di tuo figlio: «Mia nonna ha una pistola, ed è tutto quello che le serve per difendersi. Sa usarla, pulirla, riporla. Non ci penso neanche a volergliela togliere, ma non tutti sono capaci come lei». Limitiamo pure la guida ai vecchi, ma non il porto d’armi.
Avrei bisogno di tempo per metabolizzare l’effetto che tutta questa estrema moderazione mi suscita. Ero venuto qui convinto di incontrare dei rivoluzionari. Cameron Kasky, il volto più celebre, è quello che aveva chiesto in diretta al repubblicano Mark Rubio se avrebbe smesso di accettare i milioni della Nra, ottenendo in risposta uno spudorato «no, accetto fondi da chiunque sostenga le mie battaglie». Emma González, altra pasionaria, aveva liquidato come «stronzate» gli pseudo-impegni di Trump per affrontare il problema. Parliamo di una 18enne che ingaggia un corpo a corpo mediatico con il twittatore-in-capo. Forse avrei dovuto esser messo sull’avviso dall’autopresentazione, sempre su Twitter, dell’altro volto noto David Hogg. Sotto la scritta «I giovani vinceranno» si descrive come «Più alto, più magro e più simpatico di persona». Però, ehi, sono pur sempre ragazzi e non il Subcomandante Marcos nella Selva Lacandona. Tuttavia, che proprio nessuno osasse avanzare dubbi più radicali sul peccato originale, il celebrato emendamento che mette la potenza di fuoco di un marine nelle mani del primo deficiente, mi stava sorprendendo. Se non ora, con l’incoscienza del liceo e già tanti compagni di classe da visitare al camposanto, quando?
Punto sul ventenne Matt Deitsch, che era rientrato a Parkland in quei giorni funesti per ripararsi dagli incendi in California dove studia, e ha una sorella sopravvissuta. L’hanno nominato capo delle strategie. Esordisce: «Se le armi ci rendessero più sicuri, come sostengono le lobby, dovremmo essere la nazione più sicura al mondo. Purtroppo non è così e le armi arricchiscono pochi – nell’ultimo ciclo elettorale la Nra ha distribuito 50 milioni di dollari – e immiseriscono, con i lutti, le comunità. Quanto al suggerimento di armare i docenti, più che una politica mi sembra uno spot per vendere più fucili! Noi giriamo il Paese per registrare i giovani nelle liste, istruirli riguardo alle armi e poi convincerli a votare. Abbiamo uno dei Congressi più anziani di sempre. Nel 2016 ha votato solo il 18 per cento dei 18-24enni. Se solo riuscissimo ad aumentare quella soglia del cinque per cento sarebbe una rivoluzione. Perché questi leader, democratici ieri come repubblicani oggi, non ci difenderanno». Lui stesso ha votato entrambi. Dice: «Prima non mi interessavo di politica, in questi cinque mesi mi sono messo a studiare e ora mi intervistano come esperto della materia. E affronto parlamentari e lobbisti». Faccio notare che, anche prendendo per buono il bestseller Outlier in cui Malcolm Gladwell quantifica in 10 mila ore il minimo per diventare esperti di qualcosa, a otto ore al giorno servirebbero almeno quattro anni. È vero però che Cnn, FoxNews e le altre tv li invitano in diretta e loro fanno una strepitosa figura, anche perché così giovani e dannatamente ragionevoli che neppure un cecchino professionista alla fine potrebbe volergliene troppo. Ciononostante ricevono ognuno una discreta dose di minacce di morte via web e non si tirano indietro. Deitsch dice anche, parafrasando gli Inti-Illimani a sua insaputa: «Gli studenti uniti non saranno mai vinti».
Lo ascolto e non so da dove gli venga, se non dal vertiginoso vantaggio dell’età, tutto questo ottimismo. All’indomani dei fatti, con lo sdegno nazionale al massimo, i parlamentari della Florida hanno snobbato un bando limitato alle armi da assalto. La verità è che questa è una repubblica fondata sulla violenza, come conferma silenziosamente il mio vicino in aereo, reduce da qualche conflitto, che ha passato nove ore di volo a vedere 4-5 film in cui c’era sempre qualcuno che sparava. L’ultimo con cui parlo è Ramone da Harlem, che si occupa di espandere il movimento sul territorio. Tutto è iniziato quando un suo compagno è morto per tre pallottole nella schiena. I miei dubbi sono ormai fermentati in sconcerto di fronte a questa meglio gioventù che mi sembra così democristiana rispetto a un problema che dovrebbe mobilitare ben altro radicalismo. Ma com’è possibile che nessuno di voi se la prenda col Secondo emendamento? «È una legge» risponde granitico. E, nell’ennesima variazione del ritornello, specifica che l’importante è che «le armi non finiscano nelle mani sbagliate» (e quali sono quelle giuste, per un AR-15 in città?), pronuncia senza arrossire le parole «bad people», i cattivi, e invoca il sacrosanto «diritto di difendersi».
Provo a spiegargli che, visto dall’Europa, il dibattito sembra lunare: a difenderti, quando c’è bisogno, ci pensa la polizia. Stavolta è lui che mi guarda come un marziano: «Per me, che sono nero, la polizia è sinonimo di brutalità. Sa quanti fratelli sono morti per pallottole di agenti scatenati?». Ha ragione da vendere, ma la soluzione è cambiare la polizia, non armare tutti. Fosse strategia, il loro stupefacente gradualismo, lo capirei. Ma non lo è. Kasky non vuole togliere i fucili a suo padre. Corin è convinta che la nonna sia più al sicuro con la Colt nella madia. Lauren Hogg, la sorella fotogenica del fotogenico David, di sé dice: «Sono solo una ragazza che cerca di cambiare il mondo». Magari ci riusciranno, sebbene una moratoria su questo cliché, in gran spolvero anche nella Silicon Valley, non sarebbe male, salvo poi accorgersi che, anche cambiato come vogliono loro, non sarà ancora diventato una passeggiata di salute.
Sul Venerdì del 3 agosto 2018
Anch’io, come il killer diciannovenne Nikolas Cruz, ho preso Uber per arrivare nel parco pubblico che ospiterà dibattito e grigliata, non lontano dal cinema dove nel 2012 un ventenne in tenuta tattica sterminò 12 persone alla prima di Batman. L’autista Shanan commenta: «Chissà perché da noi così tanti morti ammazzati rispetto al resto del mondo?». Sospetto che davvero non abbia la risposta (357 milioni di armi, più degli abitanti, dovrebbero costituire un indizio), ma poi dice che scherza, che lo sa. Mentre l’altra passeggera cita uno studio degli anni 50 che sembra la parafrasi della regola drammaturgica di Cechov sulla pistola che appare nel primo atto: «Diceva che se due litigano e in casa c’è una rivoltella è molto probabile che uno, preferibilmente l’uomo, a un certo punto la userà». Con mia enorme sorpresa saranno le voci più nette tra quelle che sentirò nelle ore seguenti.
La prima mamma che interpello non ha ricevuto «l’addestramento per parlare ai giornalisti». Dice solo che è lì perché nel ‘99, quando era incinta, in un momento di rabbia lo zio la minacciò con una pistola alla tempia. Si sente miracolata, e vuole aiutare gli altri a non trovarsi nella stessa situazione. A parlare delega Sarah, che è lì per onorare la memoria del suo miglior amico ucciso a Orlando, in Florida. «Non siamo contro il Secondo emendamento» premette, ovvero il diritto di portare le armi, «ma per evitare che finiscano in mano a chi ha una storia di disturbi mentali, violenza e altri indicatori di rischio». La chiamano legge Red Flag, bandierine rosse, sembra il grado zero della ragionevolezza ma vige solo in pochi Stati, affossata da parlamentari foraggiati dalla pluripotente National Rifle Association. Di fronte alla loro proposta oscena, recentemente rilanciata da Trump, di «armare gli insegnanti» come linea di difesa dagli assassinii scolastici, non si scompone e risponde fattuale: «Non sono pagati abbastanza per fare anche quello. E la maggior parte non se la sentirebbe». Il principio invece non la turba.
Nell’attesa degli oratori più celebri che ieri erano in New Mexico, due giorni fa in Texas e entro l’estate in bus toccheranno quasi tutti gli Stati, lo staff che si muove con un furgone pieno di merchandising (magliette, spille da 5 dollari, tavoli pieghevoli) allestisce alcuni giochi tra cui una dama su prato e il cornhole, il cui scopo è fare centro con un sacchetto di fagioli in un buco a sei metri di distanza. Un altro gazebo è per registrare il maggior numero di persone possibili, soprattutto i giovani, nelle liste elettorali, per votare alle elezioni di medio termine di novembre. Non riesco a non notare la contraddizione, almeno estetica, tra le migliori intenzioni di un volontario e i suoi pantaloni camouflage alla Rambo. Alle cinque, puntualissima, si manifesta Jaclyn Corin, che appartiene senz’altro al quintetto più visibile del movimento. Ha 17 anni, i capelli biondi e una maglietta che rivendica “Siamo il 97%” che, mi spiegherà, allude alla percentuale di americani favorevoli a introdurre «universal background check», ovvero controlli per capire se uno ha precedenti penali, per chiunque compri un’arma. È il punto tre del decalogo ufficiale delle loro richieste, in cima al quale svetta quella più sorprendente: «Finanziare la ricerca sulla violenza da armi da fuoco» dal momento che al Cdc, il loro Istituto superiore di sanità, da anni hanno tolto finanziamenti per studiare il fenomeno dal punto di vista dell’impatto sulla salute pubblica. A rischio spoiler, posso assicurare che non giova (la principale causa di morte dei 15-19enni è l’omicidio o suicidio, e i neri rischiano 10 volte più dei bianchi di finire assassinati).
Ma torniamo a Jaclyn, alla sua fiducia nei confronti del mondo (quando vede Matt, attivista locale con cui si è scritta a lungo, non si trattiene dal fargli i complimenti per i suoi «magnifici denti»): «Un’altra richiesta è mettere al bando i caricatori ad alta capacità, quelli da 10 pallottole in su. Chi li difende dice che servono per cacciare ma se vi servono dieci colpi per uccidere un cervo siete proprio un pessimo cacciatore. Per tacere del fatto che quei proiettili esplodono all’interno e rovinano la carne». Un’argomentazione difficilmente smentibile che sembra ricalcata dal celebre dialogo iniziale del Cacciatore di Michael Cimino, raggelante film sui guasti postumi della guerra in Vietnam. Al punto dieci della lista c’è la «conservazione sicura», ovvero il fatto che non puoi tenere un’arma in giro, a portata di mano di tuo figlio: «Mia nonna ha una pistola, ed è tutto quello che le serve per difendersi. Sa usarla, pulirla, riporla. Non ci penso neanche a volergliela togliere, ma non tutti sono capaci come lei». Limitiamo pure la guida ai vecchi, ma non il porto d’armi.
Avrei bisogno di tempo per metabolizzare l’effetto che tutta questa estrema moderazione mi suscita. Ero venuto qui convinto di incontrare dei rivoluzionari. Cameron Kasky, il volto più celebre, è quello che aveva chiesto in diretta al repubblicano Mark Rubio se avrebbe smesso di accettare i milioni della Nra, ottenendo in risposta uno spudorato «no, accetto fondi da chiunque sostenga le mie battaglie». Emma González, altra pasionaria, aveva liquidato come «stronzate» gli pseudo-impegni di Trump per affrontare il problema. Parliamo di una 18enne che ingaggia un corpo a corpo mediatico con il twittatore-in-capo. Forse avrei dovuto esser messo sull’avviso dall’autopresentazione, sempre su Twitter, dell’altro volto noto David Hogg. Sotto la scritta «I giovani vinceranno» si descrive come «Più alto, più magro e più simpatico di persona». Però, ehi, sono pur sempre ragazzi e non il Subcomandante Marcos nella Selva Lacandona. Tuttavia, che proprio nessuno osasse avanzare dubbi più radicali sul peccato originale, il celebrato emendamento che mette la potenza di fuoco di un marine nelle mani del primo deficiente, mi stava sorprendendo. Se non ora, con l’incoscienza del liceo e già tanti compagni di classe da visitare al camposanto, quando?
Punto sul ventenne Matt Deitsch, che era rientrato a Parkland in quei giorni funesti per ripararsi dagli incendi in California dove studia, e ha una sorella sopravvissuta. L’hanno nominato capo delle strategie. Esordisce: «Se le armi ci rendessero più sicuri, come sostengono le lobby, dovremmo essere la nazione più sicura al mondo. Purtroppo non è così e le armi arricchiscono pochi – nell’ultimo ciclo elettorale la Nra ha distribuito 50 milioni di dollari – e immiseriscono, con i lutti, le comunità. Quanto al suggerimento di armare i docenti, più che una politica mi sembra uno spot per vendere più fucili! Noi giriamo il Paese per registrare i giovani nelle liste, istruirli riguardo alle armi e poi convincerli a votare. Abbiamo uno dei Congressi più anziani di sempre. Nel 2016 ha votato solo il 18 per cento dei 18-24enni. Se solo riuscissimo ad aumentare quella soglia del cinque per cento sarebbe una rivoluzione. Perché questi leader, democratici ieri come repubblicani oggi, non ci difenderanno». Lui stesso ha votato entrambi. Dice: «Prima non mi interessavo di politica, in questi cinque mesi mi sono messo a studiare e ora mi intervistano come esperto della materia. E affronto parlamentari e lobbisti». Faccio notare che, anche prendendo per buono il bestseller Outlier in cui Malcolm Gladwell quantifica in 10 mila ore il minimo per diventare esperti di qualcosa, a otto ore al giorno servirebbero almeno quattro anni. È vero però che Cnn, FoxNews e le altre tv li invitano in diretta e loro fanno una strepitosa figura, anche perché così giovani e dannatamente ragionevoli che neppure un cecchino professionista alla fine potrebbe volergliene troppo. Ciononostante ricevono ognuno una discreta dose di minacce di morte via web e non si tirano indietro. Deitsch dice anche, parafrasando gli Inti-Illimani a sua insaputa: «Gli studenti uniti non saranno mai vinti».
Lo ascolto e non so da dove gli venga, se non dal vertiginoso vantaggio dell’età, tutto questo ottimismo. All’indomani dei fatti, con lo sdegno nazionale al massimo, i parlamentari della Florida hanno snobbato un bando limitato alle armi da assalto. La verità è che questa è una repubblica fondata sulla violenza, come conferma silenziosamente il mio vicino in aereo, reduce da qualche conflitto, che ha passato nove ore di volo a vedere 4-5 film in cui c’era sempre qualcuno che sparava. L’ultimo con cui parlo è Ramone da Harlem, che si occupa di espandere il movimento sul territorio. Tutto è iniziato quando un suo compagno è morto per tre pallottole nella schiena. I miei dubbi sono ormai fermentati in sconcerto di fronte a questa meglio gioventù che mi sembra così democristiana rispetto a un problema che dovrebbe mobilitare ben altro radicalismo. Ma com’è possibile che nessuno di voi se la prenda col Secondo emendamento? «È una legge» risponde granitico. E, nell’ennesima variazione del ritornello, specifica che l’importante è che «le armi non finiscano nelle mani sbagliate» (e quali sono quelle giuste, per un AR-15 in città?), pronuncia senza arrossire le parole «bad people», i cattivi, e invoca il sacrosanto «diritto di difendersi».
Provo a spiegargli che, visto dall’Europa, il dibattito sembra lunare: a difenderti, quando c’è bisogno, ci pensa la polizia. Stavolta è lui che mi guarda come un marziano: «Per me, che sono nero, la polizia è sinonimo di brutalità. Sa quanti fratelli sono morti per pallottole di agenti scatenati?». Ha ragione da vendere, ma la soluzione è cambiare la polizia, non armare tutti. Fosse strategia, il loro stupefacente gradualismo, lo capirei. Ma non lo è. Kasky non vuole togliere i fucili a suo padre. Corin è convinta che la nonna sia più al sicuro con la Colt nella madia. Lauren Hogg, la sorella fotogenica del fotogenico David, di sé dice: «Sono solo una ragazza che cerca di cambiare il mondo». Magari ci riusciranno, sebbene una moratoria su questo cliché, in gran spolvero anche nella Silicon Valley, non sarebbe male, salvo poi accorgersi che, anche cambiato come vogliono loro, non sarà ancora diventato una passeggiata di salute.
Sul Venerdì del 3 agosto 2018