È mezzogiorno nel Maine. Richard Ford si collega dalla casa sull'oceano per parlare della sua ultima raccolta di racconti, Scusate il disturbo (Feltrinelli) e della vita che ci ha messo dentro. Ha settantasette anni, è vaccinato, a parte questo appare immutabile come un presidente scolpito nella roccia.
In questi racconti i suoi personaggi hanno più anni. Come diceva Sean Connery in una pubblicità: c'è chi invecchia e chi matura. Quale delle due?
"Sono come me. Non sono vecchi, ma il tempo passa loro addosso. Che effetto fa? Si cerca una ragione nella vita trascorsa, nelle cose che sono capitate per poter dire che valga la pena andare avanti. Gli stati d'animo prevalenti sono la malinconia e la frustrazione, ma li tempera l'ottimismo, non in senso reaganiano. La terza età non è Disneyland, ma dà la sensazione, almeno a me, che l'esistenza possa ancora essere resa meritevole. Il corpo s'infiacchisce, la libido evapora, la memoria perde pezzi, certo, ma questo significa soltanto che devi impegnarti di più".
Chi sopravvive a lungo è esposto a una conseguenza inevitabile: la perdita. Accade in molti dei suoi racconti. Come la si può affrontare?
"La perdita è un ostacolo. Si frappone tra noi e le emozioni, tra noi e l'etica, ci impedisce di essere quel che vorremmo. È una condizione universale, dobbiamo trovare la forza per capirlo. Vale quel che ho scritto alla fine del memoir sui miei genitori: 'Le assenze sembrano circondare e insinuarsi in ogni cosa. Anche se nel riconoscerlo non posso lasciare che sia una perdita o anche un fatto che rimpiango, poiché questa, semplicemente, è la vita'. Non è negativo, non è ingiusto, non è triste, se eviti di soccombere: è la vita. Come sosteneva Penelope Fitzgerald: le esperienze non ci capitano perché le superiamo, o non sarebbero vere esperienze. Una frana ci fa capire qualcosa, solo dopo possiamo andare avanti. La saggezza popolare non è affatto saggezza quando pretende che per ogni cosa ci sia una chiusura, che si volti pagina. La sofferenza può essere tenuta nel cuore per sempre, mentre si procede".
Tutti i suoi personaggi guardano indietro. Sappiamo da Gatsby che non si può ripetere il passato, ci si può riconciliare?
"Io l'ho fatto, attraverso l'immaginazione. La scrittura è stata la mia forma di redenzione. Appartengo a una generazione che ha fallito, abbiamo trascorsi deplorevoli, talora addirittura criminali, per come abbiamo sfruttato gli afroamericani, ad esempio. Eppure sono, siamo qui. E dobbiamo conquistarci ancora il nostro spazio nel mondo, affrontare il futuro. Non ci riusciremo se non accettiamo il passato".
Nostalgia?
"Dopo gli ultimi quattro anni?".
Una volta mi disse che la politica americana con le elezioni del Duemila era finita nel cesso...
"Me lo ricordo, eravamo a Milano, in una stanza d'albergo pazzesca, c'era perfino un pianoforte a coda, bianco mi sembra...".
Sì, era il suo momento Liberace. Dove è andata a finire l'America nel 2016?
"In fondo a quel cesso. Non ho né una spiegazione per quel che è avvenuto né una soluzione per dopo. So soltanto che ci vorrà tempo per riemergere. È stata come una valanga, l'abbiamo sentita ruzzolare, faceva rumore, accumulava il peggio strada facendo: l'odio razziale, l'espropriazione dei diritti civili, la violenza, ma al fondo c'era una sola cosa, pura e semplice, la cattiveria. Presentata come una mezza virtù. In che modo? Cambiandole nome. Usando eufemismi, camuffamenti, falsità. Patriottismo era un nome. Machismo, un altro. Frontiera, orgoglio, senso della storia. Cattiveria, cattiveria, cattiveria. Trump essenzialmente è un uomo cattivo. A destra ci sono molte persone semplicemente cattive".
Nel racconto Jimmy Green - 1992 il suo personaggio è preso a pugni da una di quelle persone, ma non fa niente, non si batte, subisce. Perché non reagisce? Non è così che la cattiveria prevale?
"Jimmy Green non reagisce perché è ubriaco. Ma soprattutto non lo fa perché io non ho pensato che potesse farlo. Forse avrei dovuto, ma non mi è venuto. Forse sarei uno scrittore migliore se gliel'avessi fatto fare, se concedessi più opportunità, ma non mi ha neppure sfiorato l'idea. I miei personaggi non hanno autonomia, zero. Sono un autore autoritario".
Ho notato che in questi racconti sono anche diventati più ricchi. Alcuni perfino in modo smaccato. Che è successo?
"Anche i ricchi sono persone, no? Prima scrivevo di sfigati e mi criticavano per questo. Ora magari accadrà l'opposto, ma non avevo in mente il censo come elemento principale. Penso che avvocati, immobiliaristi, gente con una certa età ed esperienza, possa dire cose più sensate ai lettori, che siano più intelligenti di me".
Se lei è il creatore assoluto avranno pur preso da lei...
"Che però resto un cialtrone".
Sa chi potrebbe essere un suo personaggio? Joe Biden.
"Vero. Ha una certa età. Si è fatto da sé. Non è così buono come sembra. È intelligente, ma non troppo. Ha subìto molte perdite, alla fine ce l'ha fatta".
Ce l'ha fatta anche lei?
"Sì. Sono arrivato dove volevo, e oltre. Da giovane non sognavo di essere utile, soltanto di pubblicare. Poi credo di averne fatto buon uso. Il principio di creazione ti porta oltre te stesso. Una persona ordinaria può far succedere cose straordinarie. Ho fatto uso della vita, dato una forma alle cose".
È stato frainteso?
"Oh, no. Sono stato fin troppo compreso. Nessuno è trasparente, ma se scrivi sarai conosciuto. Scrivere rivela. Rivela che cosa conta per te e questo è il centro di tutto. Poi certo, io sono uno scrittore di parole in senso stretto. Per me scrivere significa scegliere le parole".
A questo proposito il racconto finale si chiama Seconda lingua. Un'espressione che diventa metaforica di un tentativo di seconda vita. Come le è venuta? Ha una seconda lingua, una seconda vita?
"Da dislessico rumino le parole. L'espressione seconda lingua mi era rimasta in mente, quando succede ci balla, si ridefinisce, finché trova un altro senso. Non do mai per scontato il significato di una parola o un'espressione, penso sempre ne possa esistere un altro. Ho parlato spagnolo quando vivevo in Messico, francese quando vivevo a Parigi. Anche nei sogni. Ma non ho mai avuto una seconda vita. Ho progettato bene quella principale. La mia vita è quella degli altri. La mia empatia è assoluta. Lo stesso con i personaggi. Li sento. Ma non li lascio andare da soli. Anche alla fine. Ora sto scrivendo della morte di Frank Bascombe che ho accompagnato in vita per quattro libri, ma ho deciso che sia una narrazione comica: niente è del tutto divertente, niente è del tutto serio, ma ho il senso dell'assurdo: vengo dal Mississippi".
E dove va?
"Senta, ho settantasette anni. Ieri stavo guidando e pensavo che la mia vita è molto cambiata, ho meno prospettive di un tempo, ma ho avuto tanto, ho scritto libri, ho viaggiato, conosciuto persone fantastiche, c'è stata Kristina, l'amore assoluto, cinquantatré anni di matrimonio. Per valutare una vita devi considerare l'insieme, non solo lo spezzone in cui ti trovi. Sono stato fortunato".
Si chiede mai: che cosa resterà?
"Sì, soprattutto da quando ho perso persone che conoscevo. Tipo Raymond Carver. Era un grande amico per me. Se n'è andato da tempo. Per un po' se ne è parlato, adesso non ne parla più nessuno, neanche all'università. Capire che non molto rimarrà getta una luce ancora più forte sul presente, sulla sua importanza. Va bene così, non sono uno di quelli fissati con la propria eredità. I miei libri, quelli rimarranno, ma per poco. E lo accetto. Che cosa resta? Non ho le idee chiare. A costo di sembrare sdolcinato le rispondo con le parole di Philip Larkin: la cosa che rimane è l'amore".
Kristina?
"Kristina. Io e lei siamo un'isola. Mi capisce no?".
E poi ne resterà uno.
"Dovessi essere io farò la mia scelta. Credo nel diritto di scegliere su tutto. E non ogni vita vale la pena di essere vissuta. Ma fino ad allora, avanti".
Sul Venerdì del 7 maggio 2021