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Antoine Blondin, mi ubriaco dunque sono

Antoine Blondin (1922-1991) in sala stampa nel 1979: sta seguendo il Tour de France per il quotidiano L’Équipe (Gerard Gery/Paris Match via Getty Images) 
Fu grande cronista sportivo e scrittore irridente. Nel romanzo Una scimmia in inverno, oggi ripubblicato, l’alcol ha un ruolo fondamentale, visionario. Proprio come nella sua vita
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"Quando sono a digiuno non sopporto la gente. Quando ho bevuto è la gente che non mi sopporta". Antoine Blondin, però, digiunava di rado. Ora questo romanziere ingiustamente dimenticato ritorna con il commovente Una scimmia in inverno del 1959 (Edizioni Settecolori), in cui l'alcol ha un ruolo fondamentale quanto contraddittorio.

In queste pagine, l'incontro tra un giovane sbalestrato e un vecchio rassegnato si trasforma, alla luce precaria dell'alcol, in un'elegiaca parabola sull'esistenza. Bere era per Blondin il modo per conoscere gli altri, ma aggiungeva "se ci si ubriaca si resta soli con se stessi". "Ai suoi occhi" scrive Massimo Raffaeli nella prefazione  "solo la sbronza crea il varco in cui si insinua, ardendo, la vita propriamente detta".

Non era un segreto, tutti erano al corrente delle sue sbornie fenomenali, durante le quali schiamazzava o faceva la corrida con le auto lanciate nel traffico d…

"Quando sono a digiuno non sopporto la gente. Quando ho bevuto è la gente che non mi sopporta". Antoine Blondin, però, digiunava di rado. Ora questo romanziere ingiustamente dimenticato ritorna con il commovente Una scimmia in inverno del 1959 (Edizioni Settecolori), in cui l'alcol ha un ruolo fondamentale quanto contraddittorio.

In queste pagine, l'incontro tra un giovane sbalestrato e un vecchio rassegnato si trasforma, alla luce precaria dell'alcol, in un'elegiaca parabola sull'esistenza. Bere era per Blondin il modo per conoscere gli altri, ma aggiungeva "se ci si ubriaca si resta soli con se stessi". "Ai suoi occhi" scrive Massimo Raffaeli nella prefazione  "solo la sbronza crea il varco in cui si insinua, ardendo, la vita propriamente detta".

Non era un segreto, tutti erano al corrente delle sue sbornie fenomenali, durante le quali schiamazzava o faceva la corrida con le auto lanciate nel traffico del Boulevard Saint-Germain, fino a farsi arrestare dalla polizia. Appena alzato andava a fare una colazione alcolica in un triste bar sotto casa, in rue Mazarine, offrendo da bere al primo sconosciuto. Poi si spostava da un locale all'altro, vuotando un bicchiere dopo l'altro. "È la morte" spiega Stenio Solinas nella postfazione "che si nasconde dietro il bevitore indefesso Blondin, è la paura del vuoto".

Giornalista sportivo, al Tour de France sonnecchiava per la maggior parte della competizione, poi, tra lo stupore dei colleghi, si riscuoteva verso la fine e scriveva un pezzo impareggiabile. Visto che non prendeva appunti, trovandolo volgare, gli altri lo facevano per lui, come l'aiutavano con la stesura delle note spese, anche quelle troppo volgari per lui. Poco a poco era diventato un alcolizzato e bastava un bicchiere per farlo ubriacare. Sembrava che lo facesse apposta per fare il vuoto intorno a sé, eliminando poco alla volta amici e familiari.

Quando morì, molti amici, pieni di rimorsi, ammisero di avere spesso cambiato strada per evitarlo. Chi non l'aveva fatto aveva ripetuto la stessa esperienza: vederlo a poco a poco tramutarsi, sotto l'influenza dell'alcol, in un etilista aggressivo, pronto a insultare gli amici o a innaffiare gli altri clienti del bar con l'acqua di seltz.

Blondin sapeva dove portava la strada che aveva scelto: "Ho preferito morire da vivo! Porto il lutto di me stesso e bevo alla mia salute". Una notte, trovando aperta la porta del ministero dei Trasporti, era entrato e, dalla scrivania del ministro, aveva telefonato al prefetto per dargli una lavata di capo e licenziarlo senza pensione. Solo l'irruzione di due agenti armati lo aveva fermato senza spaventarlo: "Sparate, signori, la Repubblica non morirà!". Dopo un momento di sbalordimento i poliziotti avevano portato Blondin in commissariato. Lì era rimasto tranquillamente finché Roger Nimier era venuto a liberarlo travestito da autista, distribuendo grandi mance tra i poliziotti e spalancandogli ossequiosamente lo sportello di una lussuosa Mercedes.

Anche Nimier era scrittore controcorrente, un dandy devoto alle auto da corsa in grado di sedurre chiunque, persino il suo editore, Gaston Gallimard, che gli aveva regalato un'Aston Martin, subito soprannominata Gaston Martin. Anche lui aveva il culto dell'amicizia e aveva coniato per Blondin un verbo, blondiner, "modo di entrare nel mondo usando il proprio cuore come apriscatole". Senza temere le donne, Blondin non pensava che potessero dare un senso alla sua vita. "Tutte le donne sono fatali. Si comincia col dovere loro la vita e finiscono per causare la nostra perdita". Lui preferiva misurarsi con l'alcol, dissipando il suo tempo e il denaro che guadagnava con i libri. La sua grande passione erano gli amici che non esitava a invitare nella casa, che condivideva con la moglie e le figlie, per una sera di baldoria o per più giorni. Ma ogni sera non sapeva dove avrebbe dormito, se in casa, dalla madre o in un hotel di quart'ordine.

Blondin non aveva una precisa posizione politica: era partito dell'estrema destra per finire a tifare Mitterrand. Non aveva però esitato a schierarsi dalla parte degli sconfitti in partenza, di quelli che erano stati chiamati gli Ussari: un gruppo di giovani scrittori insolenti, impegnati in un'ultima carica contro i carri armati dello stalinismo culturale. Con loro gustava l'acre piacere, venato di masochismo, di essere in minoranza. Per lui la coppia dominante della cultura, Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, erano solo "una specie di rospo grassoccio e un'amazzone miope che senza farsi problemi fabbricavano concetti come si fabbricano i pasticcini".

Ma il massimo della violenza veniva raggiunto, al Café de Flore, nelle battaglie a base di uova sode con cui Blondin e amici bombardavano Jacques Prévert e il gruppo Ottobre, arrivando a coinvolgere Boris Vian o Antonin Artaud. Non gli era piaciuto il film con Jean-Paul Belmondo e Jean Gabin tratto da Una scimmia in inverno.

Gli dava fastidio scrivere, ma ancora di più non farlo. Impiegava molto tempo a iniziare, ma poi, in omaggio al nume tutelare degli Ussari, Stendhal, scriveva rapidamente e senza correzioni su quaderni da scolaro e non voleva fare le bozze. Col tempo aveva quasi smesso di scrivere; si limitava a ubriacarsi: "Meno scrivo più mi premiano perché non do fastidio a nessuno".

Con gli intervistatori parlava talmente bene e diffusamente dei libri che avrebbe voluto scrivere che molti si convincevano li avesse già scritti. "Ascoltarlo", spiega Pierre Assouline, "era già cominciare a leggerlo". Ma non gli interessava la gloria. Nella trasmissione tv Apostrophes, nel 1988, malgrado la cordialità e le manifestazioni di stima di Bernard Pivot, Blondin conservava la riluttante dignità del prigioniero, deciso a passare meno informazioni possibile al carceriere. Anche il suo doppiopetto scuro era innaturale, ma obbligatorio come la tuta del detenuto e si capiva che aveva acconsentito a indossarlo solo per ribadire l'involontarietà della sua presenza. "Perché, si potrebbe dire, la vita ricomincia domani. Tutto finirà male. E non c'è nessun pericolo in questo destino bituminoso e lieve".

 

Sul Venerdì del 5 agosto 2022