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Algeri oggi e domani

La capitale maghrebina rivive una vita normale. Nella casbah e nei quartieri sul mare si respira aria di pace e benessere. Con uno sguardo all'Europa
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Fin quando le foglie del fico non sono grandi quanto le orecchie dell'asino, non togliere gli abiti dell'inverno". Gli algerini sanno quanto capricciosa possa essere la loro primavera: "Aprile è più pazzo di un cammello innamorato". Tanti proverbi per spiegare le nubi trascinate dal Mediterraneo fino alle cime dell'Atlante, il soffio freddo del Mistral che scende dalla Francia e la riluttanza nello spogliarsi dei cappotti.

È una prudenza giustificata tanto quanto quella usata per descrivere l'altra primavera, quella della ritrovata pace sociale. La gente sa quanto sia fragile, imprevedibile, così tanto desiderata dopo il lungo inverno di sangue, da parlarne con scaramantica indifferenza.

Sono ormai alcuni anni, dopo le leggi che prevedono il perdono per i pentiti di atti di "terrorismo", e l'ammissione dei partiti d'opposizione al Parlamento, che gran parte dei militanti integralisti sono tornati nella società. I pochi gruppi rimasti sono isolati sulle montagne dell'Atl…
Fin quando le foglie del fico non sono grandi quanto le orecchie dell'asino, non togliere gli abiti dell'inverno". Gli algerini sanno quanto capricciosa possa essere la loro primavera: "Aprile è più pazzo di un cammello innamorato". Tanti proverbi per spiegare le nubi trascinate dal Mediterraneo fino alle cime dell'Atlante, il soffio freddo del Mistral che scende dalla Francia e la riluttanza nello spogliarsi dei cappotti.

È una prudenza giustificata tanto quanto quella usata per descrivere l'altra primavera, quella della ritrovata pace sociale. La gente sa quanto sia fragile, imprevedibile, così tanto desiderata dopo il lungo inverno di sangue, da parlarne con scaramantica indifferenza.

Sono ormai alcuni anni, dopo le leggi che prevedono il perdono per i pentiti di atti di "terrorismo", e l'ammissione dei partiti d'opposizione al Parlamento, che gran parte dei militanti integralisti sono tornati nella società. I pochi gruppi rimasti sono isolati sulle montagne dell'Atlante, lontani dalla capitale, e sembrano incapaci di creare veri problemi. Per gli algerini la cosiddetta "tragedia" è finita.

Algeri è tornata alla vita normale, ma di quella normalità surreale che ha sempre reso le sue strade luminose cariche di abbagliante mistero.

Bianca, come scriveva Albert Camus, come nessun'altra delle città mediterranee, distesa nella sua baia attorno a quella casbah che ne è anima e ventre, vive con ritmi che cambiano improvvisamente, proprio come nella fusion oriental-pop del rai che fa da colonna sonora ai negozi trendy. Se una volta sul suo profondo cosmopolitismo prevaleva l'anima araba, o quella turca, e poi quella francese dei pieds noir, oggi queste anime sembrano dolorosamente cercare concordia.

Dal giardino botanico dell'hotel El-Djazair le ville dei quartieri bene spuntano tra le palme e subito sotto si apre la baia. È un'isola di pace circondata dal traffico intenso che riempie strade e viali.

Da qui verso il Monumento della Liberazione, inquietante monolito di cemento che domina il versante orientale della città, è come passeggiare su una lunga terrazza panoramica, interrotta da piccole piazze, ville e condomini. Quando si accendono le luci della sera, e le strade si svuotano rapidamente, si riassaporano odori e atmosfere di una vita mediterranea lontana.

Probabilmente pace e silenzio nascondono una falsa tranquillità, ma, se è così, non traspare nervosismo dal continuo gioco delle occhiate. Nel non vivere di notte, salvo nelle torride serate estive, Algeri mostra la sua faccia africana, dai ritmi primitivi.

Il mattino è meno tranquillo. Mahed, l'autista, s'insinua tra un'auto e l'altra con ampi gesti di scuse e ringraziamenti verso gli altri conducenti che lo lasciano infrangere regole di guida incerte: nel caos regna la gentilezza. Le targhe sono il segno metallico delle differenze umane. Come quelle dei pieds noir, su auto marsigliesi, che vengono in pellegrinaggio nei luoghi d'origine.

Sui marciapiedi della città orientale, ai piedi del quartiere lussuoso di Hydra, passeggiano donne velate, altre col burka nero, altre ancora in jeans attillati e piercing. I ragazzi non prestano molta attenzione né alle une né alle altre: sono intenti a digitare sui loro telefonini, a ostentare abiti più o meno "italiani". Amano tutti definirsi molto più mediterranei che arabi, nonostante le non poche lunghe barbe da ortodossia musulmana.

In realtà le consuetudini sono molto più radicate di quanto sembri. Gli oramai decadenti café, dal "Tantonville" al "Milk Bar", già tristemente vittime delle bombe nella guerra di liberazione, sono pieni di avventori, mai di avventrici: la separazione dei sessi è costante, nei locali come nelle piazze o nei mezzi pubblici.

Non è una regola imposta ma una semplice convenzione osservata anche dai giovani. Omar, davanti al suo dolcissimo tè alla menta, parla anche di questa privacy maschile. Parla, parla, parla, parla di tutto, in tutte le lingue che non riesco a comprendere. Parla di politica, visto che criticare i governanti oggi si può; di economia, che va benino, ma è vittima di corrotti e burocrati; dei costumi femminili, nell'illusione che le donne continuino a fare quello che vogliono gli uomini, benché stiano diventando "troppo magre".

Non convinto della mia approvazione, si rivolge ai vicini di tavolo, in questa lingua che mescola all'arabo una bella percentuale di parole berbere e francesi. Qui tutti amano parlare, è l'attività più diffusa e meglio praticata. Le lunghe file di uomini oziosamente appoggiati alle balaustre del bel lungomare, sovrastato dalle eleganti architetture coloniali, sono formate da veri cultori di questa arte antica: s'interrompono solo per lanciare occhiate curiose a tutto e tutti. Ma siamo nella patria del pettegolezzo? In un gigantesco paese di provincia, o in una provincia traslocata in città?

In questo quartiere che ostenta una grandeur coloniale e che qui tutti considerano la vera Algeri, dicono la vita frema. È un verbo un po' eccessivo, nonostante l'andirivieni di signore, famiglie e coppiette intente a frugare nell'infinita varietà di griffe falsificate.

I mercati non sono gran cosa, oramai i negozi la fanno da padroni. Jamila, bella, elegante, sui lunghi tacchi a spillo rivelati da jeans attillati, si schermisce, sorride maliziosa, e in un francese alquanto malconcio, vittima di un passato ostracismo del regime verso il mondo, rivela il suo desiderio di visitare Parigi o Milano, e finalmente indossare le grandi firme, gli originali.

Di cui evidentemente ignora il prezzo. Desiderio tutt'altro che comune. Sua sorella Aisha, scostata per non essere troppo vicina a degli uomini e quindi suscitare chiacchiere, nasconde i capelli sotto un candido velo che però ne esalta il viso dolcissimo. Per lei la vita è qui, semplice come bere un bicchier d'acqua e fare un figlio. Né a lei né a sua sorella nessuno in famiglia ha imposto credi o costumi: ma l'amore per questa terra è comune, a patto di potervi vivere come si vuole.

Ancora una volta la spiegazione di tante incertezze viene dal cuore, cioè da quella casbah che rappresenta da sempre l'essenza stessa di Algeri. Dopo essere stata sempre il caposaldo della resistenza al potere, come contro i francesi, o rifugio dell'integralismo, luogo inaccessibile e per questo attaccata a colpi di bombe e cannonate, subisce oggi un velato corteggiamento.

Usando una delle amate metafore, Azedine Aitaba, che in anni alterni vi ha condotto turisti e viaggiatori, la descrive come una bella donna trascurata dal marito (lo Stato) ma blandita dalle attenzioni di un corteggiatore (l'integralismo musulmano) che aveva finito per far breccia nel suo cuore.

Oggi, rinunciato alle maniere forti, il potere blandisce questo cuore pulsante con un'intensa opera di make up sociale e strutturale. Sovvenzionati anche dai soldi arrivati dall'Unesco, che nel 1998 l'ha inserita nella lista dei luoghi Patrimonio Mondiale dell'Umanità, restauri profondi hanno restituito le piccole piazze incastonate tra i vicoli come luoghi di svago per i tanti bambini. Cooperative di giovani volontari verniciano fontane sormontate da versetti coranici che segnano i crocevia.

Le case si ripopolano dopo essere state abbandonate a favore dei mostruosi quartieri periferici, ma dopo ristrutturazioni che trasformano locali cadenti e malsani in loft eleganti. "È un processo lento", dice Ali Mebtouche della Foundation Casbah, "non omogeneo e quindi vissuto con quella stessa prudenza che domina ogni evento di questa primavera".

Il progetto però è chiaro: trasformare il cuore di Algeri in un ambiente di pace, bellezza e benessere dovrebbe far respirare al resto della città la stessa aria di rinnovamento. O forse, dicono gli oppositori, sciogliere al sole quel nocciolo duro che la forza non aveva incrinato.

È inutile negare che oggi la vita vera si svolge altrove, con ritmi "quasi" moderni. È nel quartiere popolare di Bab El Oued, un intricato mosaico di enormi condomini, che il nuovo proletariato si culla nei suoi sogni di benessere. Le influenze occidentali arrivano a tutti attraverso l'amatissima televisione.

Tetti e finestre di ogni palazzo sono costellati da un'intricata foresta di parabole puntate verso i satelliti occidentali. Proprio le parabole che nel periodo buio potevano portare alla morte per mano integralista, oggi sono il segno più evidente della libertà ritrovata. E poi i cinema, pieni di giovani che li usano come luoghi d'incontro, di ostentazione, ma che vi cercano anche conferme ai propri desideri.

L'Algeri di oggi è una città posta di fronte a una situazione, tutta favorevole, che qui ha avuto ben pochi precedenti. Libera da influenze straniere, che però hanno lasciato segni culturali preziosi, e sulla soglia di un potenziale sviluppo economico e sociale, gode di un cosmopolitismo culturale che potrebbe farla tornare a essere una delle più importanti città mediterranee. Se gli algerini sapranno trasformare le loro mille parole in fatti, potranno godere di tutto questo, magari conservando una buona dose della loro identità.