✕

Le scelte del governo e il blackout della sanità

In piazza per la scuola e la sanità 

Ascolta l'audio

Non c’è un altro modo per dirlo, è semplice: se non investi in ricerca scientifica e in salute pubblica la gente che non ha denaro per curarsi morirà
4 minuti di lettura

Ma quindi a cosa servono ore e ore e ore di televisione sul disastro della sanità pubblica? Quei servizi di massimo ascolto — il pilastro di alcuni talk show seguitissimi, la fortuna economica degli editori — sulle barelle in corsia, le liste d’attesa, le aggressioni al personale medico, i medici gettonisti, gli infermieri che mancano perché certo, se li paghi meno di quel che costano affitto e bollette vanno all’estero, è chiaro, o nel privato. Come mai, mi domando, di fronte ai due spiccioli che il governo assegna in manovra economica alla sanità non c’è la rivolta di popolo?

Quei milioni di telespettatori che si indignano da casa sono stanchi, si vede, già malati, cagionevoli: anche per manifestare ci vuole la salute. Per qualsiasi cosa, ci vuole prima la salute. Ma tutti a dare lezioni ai ragazzi che vanno in piazza, a dire col ditino alzato così non si fa, che brutto spaccare una vetrina, bruciare un cassonetto, mai, mai: condannare la violenza, questo bisogna. Certo, sì, eviden…

Ma quindi a cosa servono ore e ore e ore di televisione sul disastro della sanità pubblica? Quei servizi di massimo ascolto — il pilastro di alcuni talk show seguitissimi, la fortuna economica degli editori — sulle barelle in corsia, le liste d’attesa, le aggressioni al personale medico, i medici gettonisti, gli infermieri che mancano perché certo, se li paghi meno di quel che costano affitto e bollette vanno all’estero, è chiaro, o nel privato. Come mai, mi domando, di fronte ai due spiccioli che il governo assegna in manovra economica alla sanità non c’è la rivolta di popolo?

Quei milioni di telespettatori che si indignano da casa sono stanchi, si vede, già malati, cagionevoli: anche per manifestare ci vuole la salute. Per qualsiasi cosa, ci vuole prima la salute. Ma tutti a dare lezioni ai ragazzi che vanno in piazza, a dire col ditino alzato così non si fa, che brutto spaccare una vetrina, bruciare un cassonetto, mai, mai: condannare la violenza, questo bisogna. Certo, sì, evidentemente.

Un sasso fa male a una vetrina, speriamo che ci sia un’assicurazione a ripagarla. Un taglio alla prevenzione oncologica fa male a milioni di persone, perché se di avere il cancro te ne accorgi tardi muori: dell’assicurazione te ne fai ben poco, allora, anche ad averla e solo i ricchi ce l’hanno. Un taglio ai fondi per le macchine diagnostiche, al personale medico, alla ricerca: sono tutte condanne a morte.

Non c’è un altro modo per dirlo, è semplice: se non investi in ricerca scientifica e in salute pubblica la gente che non ha denaro per curarsi morirà. Una questione di soldi, come al solito. Se chiudi o non finanzi le case e gli ospedali di comunità i vecchi resteranno soli, e allora vai con i servizi tv sull’anziano trovato in casa dopo sei giorni, nessuno se n’è accorto. Se non metti i soldi per l’assistenza psichiatrica sarà ottimo per lo share delle inchieste sul disagio giovanile, lo spaesamento e l’autolesionismo di chi non trova il suo posto nel mondo — in questo tipo di mondo. È violenza anche questa, violenza sugli esseri umani non sui cassonetti, ma anche questo lo abbiamo già detto.

Scrive Michele Bocci che con quello che il governo Meloni ha stanziato per la sanità, la metà del necessario, le Regioni potrebbero non avere soldi per pagare l’energia. Le Regioni del Sud, naturalmente, meno delle altre. Manca solo il blackout negli ospedali, dopo i supermercati vuoti: ma no, non vorrai mica occuparti delle ragioni della rabbia. Meglio reprimere gli effetti, lavorare sulle ragioni è faticoso: quindi fare più spazio nelle carceri minorili, mettere in galera i sedicenni e sanzionare i presidi e gli insegnanti che protestano con loro. Che nemesi, no?

Un tempo il preside era il nemico, il signor Stanislao e la signora Gertrude di Gian Burrasca ti mettevano in ginocchio sui ceci, negli anni delle rivolte del Novecento erano il Sistema e ora te li ritrovi a sfilare accanto nelle manifestazioni, a dire i ragazzi hanno ragione. Che stranezza. Cosa vorrà dire? Forse non sono proteste generazionali? Forse c’entra il fatto che tagliare fondi alla scuola, alla sanità — i due pilastri della casa che tutti abitiamo — e governare a colpi di decreti sicurezza non è esattamente un modello di democrazia votata al progresso sociale e alla parità di diritti ma, al contrario, un’idea di mondo fondata sulla ricchezza e sul privilegio? Chissà, segue dibattito.

Anche osservare che investire in armi anziché in salute e istruzione è suicida, per una società, è diventato demagogico. Va bene. Allora diamo un’occhiata altrove, visto che siamo di nuovo alle soglie di una campagna elettorale. C’è un tizio nel Michigan che ha fatto proprio questo: ha detto voglio un’assicurazione di salute pubblica estesa a tutti i cittadini e voglio la fine del sostegno militare ed economico a Israele. Salute e non armi.

Io non lo so se Abdul El-Sayed vincerà le elezioni di Midterm il 3 novembre. Intanto con questo programma ha vinto le primarie del Partito democratico. Microbiografia: 42 anni, medico, musulmano di origine egiziana. Uno che con i tetti razziali alle classi non avrebbe avuto accesso all’istruzione. Ha detto: «Raccolgo le richieste delle persone per strada. Mi domandano cosa succederà se si ammalano e non hanno i soldi per le cure».

Certo l’America è un Paese molto diverso, imparagonabile. Lì quasi sette persone su dieci se si ammalano e non hanno i soldi fanno come gli elefanti, vanno a morire in silenzio lontano dagli altri. Fuori dal cono di luce delle telecamere di Trump. Qui no. Qui solo uno su dieci. Pochissimi. Cosa vuoi che siano sei milioni di persone su sessanta. Quanti possono essere fra questi i malati gravi, i vecchi non autosufficienti, i giovani con patologie rare, i ragazzi che tentano il suicidio? Un milione? E allora.

Però noi avevamo, avremmo a farlo funzionare, uno dei sistemi sanitari pubblici migliori del mondo. Lo ha varato una donna, mi piace ricordarlo, Tina Anselmi, ministra della Salute, nel 1978. Sì, gli anni Settanta. Un sistema che vengono a studiare da tutto il mondo: arrivano dalla Corea, dal Canada, dagli Stati Uniti nei nostri policlinici universitari a studiare l’architettura del Servizio sanitario nazionale che non lascia indietro nessuno. Siccome la malattia è democratica — colpisce chiunque senza distinzione — democratiche devono essere le cure. Che bella idea. Certo però, se non lo fai funzionare. Se privilegi il sistema privato.

È una scelta politica: se decidi che non metti soldi in bilancio per le assunzioni e poi prendi i medici a gettone, se chiudi i centri nascita, i consultori, i poliambulatori, se agli ospedali togli anche i soldi per le bollette della luce: no, non funziona. Se il sistema privato è rimborsato dal sistema pubblico, in convenzione. Se conviene lavorare nel privato è chiaro che stai promuovendo le imprese private della sanità a discapito del sistema pubblico. Talvolta, poi, gli imprenditori della sanità privata arrivano in Parlamento, eletti, e governano il sistema, decidono le cose: così il disegno è compiuto.

Il delitto è perfetto. Ma noi no, di questo non parliamo. Noi censuriamo con veemenza chi protesta, cos’è tutta questa rabbia? State calmi a casa in santa pace, se vi serve una tac intanto fatevi una tisana, portate pazienza. Con la borsa dell’acqua calda, al limite, indignatevi per la malasanità davanti alla tv. Poi, buoni, andate a dormire.

Leggi i commenti