Youssef Siher non è uno dei ragazzini arrabbiati che hanno assaltato Milano. Ha trent’anni, parla quattro lingue, ha studiato l’Islam politico, scritto per giornali nazionali, frequentato istituti di ricerca e oggi lavora per una società americana di intelligenza artificiale. È stato rappresentante degli studenti universitari, militante pro-Palestina, fondatore di un’associazione musulmana. E ha una storia che i Servizi italiani conoscono da anni: perché lodava l’attentato del 7 ottobre sotto un post di Matteo Salvini. O l’assassinio di un militare italo-israeliano sotto quello di Antonio Tajani. È lui, secondo gli investigatori, l’uomo che ha provato a mettersi alla testa di una rivolta senza capi. Dopo, però. Non prima.
Tra il 17 e il 18 ottobre, dopo gli scontri di Milano, il trentenne avrebbe aperto autonomamente la pagina Instagram del Movimento 17 ottobre. Diffonde appelli, prova a dare una veste politica alla protesta, convoca nuove manifestazioni. Ed è ancora lui, venerdì, ad …
Youssef Siher non è uno dei ragazzini arrabbiati che hanno assaltato Milano. Ha trent’anni, parla quattro lingue, ha studiato l’Islam politico, scritto per giornali nazionali, frequentato istituti di ricerca e oggi lavora per una società americana di intelligenza artificiale. È stato rappresentante degli studenti universitari, militante pro-Palestina, fondatore di un’associazione musulmana. E ha una storia che i Servizi italiani conoscono da anni: perché lodava l’attentato del 7 ottobre sotto un post di Matteo Salvini. O l’assassinio di un militare italo-israeliano sotto quello di Antonio Tajani. È lui, secondo gli investigatori, l’uomo che ha provato a mettersi alla testa di una rivolta senza capi. Dopo, però. Non prima.
Tra il 17 e il 18 ottobre, dopo gli scontri di Milano, il trentenne avrebbe aperto autonomamente la pagina Instagram del Movimento 17 ottobre. Diffonde appelli, prova a dare una veste politica alla protesta, convoca nuove manifestazioni. Ed è ancora lui, venerdì, ad annunciare le «piazze a sorpresa», con i concentramenti da comunicare all’ultimo momento. Quarantotto ore prima del blitz, però, l’Aisi lo aveva già identificato, come Repubblica aveva raccontato ieri, e aveva cominciato a ricostruirne le relazioni.
Il nome non era nuovo. Cresciuto nel Bresciano, origini nordafricane, Siher aveva studiato alla Statale di Milano, arrivando fino al Senato accademico. Nel 2018 aveva contribuito a fondare un’associazione di studenti universitari musulmani, diventandone presidente. Prima aveva lavorato come assistente di biblioteca e rider. Poi la laurea in Comunicazione, la magistrale in Scienze politiche, una tesi sui movimenti islamici marocchini e i loro rapporti con la monarchia. Nel 2024 arriva all’Ispi, nell’Osservatorio Medio Oriente e Nord Africa. L’istituto precisa che si è trattato di uno stage e che da allora non ci sono state altre collaborazioni.
Intanto scrive per il Fatto Quotidiano, dove aveva svolto un tirocinio, e pubblica un contributo sul Pakistan per il Foglio. Collabora anche con Voice Over Foundation, collettivo di giornalisti, attivisti, ricercatori e artisti impegnato per la «giustizia socio-climatica». A luglio si occupa della morte di Abderrakim Fakir, il marocchino di 42 anni deceduto durante un arresto a Bologna. «Fakir non è un caso isolato», sostiene, denunciando la serialità di questi episodi e le reazioni della politica. La conclusione è netta: «La retorica razzista funziona». Da gennaio lavora per Mercor, startup americana che addestra sistemi di intelligenza artificiale. Ma è soprattutto il percorso politico ad aver attirato l’attenzione dei Servizi. Già nel 2024 l’intelligence aveva segnalato la costituzione di “Alba nascente”, organizzazione riconducibile a Siher che, secondo le informazioni raccolte allora, diffondeva nelle comunità musulmane europee propaganda riconducibile ad Hamas e al Fronte popolare per la liberazione della Palestina, contribuiva alla logistica delle manifestazioni pro-Palestina e manteneva rapporti con l’estrema sinistra antagonista.
Rapporti tutt’altro che semplici. Siher aveva frequentato i centri sociali, prima di esserne allontanato, secondo le ricostruzioni degli apparati, per alcune posizioni anticomuniste e soprattutto antifemministe. Gli analisti lo considerano vicino ad alcune posizioni iraniane. Non escludono nemmeno che possa aver avuto contatti con ambienti dell’intelligence nordafricana, in particolare algerina. «Era un esponente di spicco dell’Islam politico», dice una fonte dell’intelligence a Repubblica. Ma non esiste alcuna evidenza che colleghi questi possibili rapporti alla nascita del Movimento 17 ottobre.
Anzi, le prime risultanze investigative indicano il contrario. Siher avrebbe fatto tutto da solo. «Aveva sicuramente le competenze per farlo», osserva una fonte a conoscenza degli accertamenti. Conosceva i linguaggi della protesta e i meccanismi della comunicazione digitale. Ma avrebbe trascurato la sicurezza informatica, lasciando tracce che un servizio straniero difficilmente gli avrebbe consentito di lasciare.
Nelle perquisizioni la polizia di Prevenzione ha trovato anche manuali con indicazioni su come attaccare gli agenti. Siher è indagato dalla procura di Milano per istigazione a delinquere, apologia di delitti e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, con l’aggravante dell’utilizzo del mezzo informatico. Ma una cosa è alimentare una protesta sui social, un’altra organizzare gli scontri. E non risulta che avesse una struttura capace di dirigere le violenze.
Il suo è piuttosto un profilo compatibile con i meccanismi della guerra ibrida: qualcuno capace di inserirsi in una mobilitazione già esplosa, intercettarne la rabbia, moltiplicarne la diffusione. Di soffiare su fuochi accesi da altri. Senza che questo dimostri una regia straniera.
L’identificazione di Siher chiude soltanto la prima parte dell’inchiesta. Da oggi gli investigatori dovranno ricostruire chi abbia amplificato i messaggi, attraverso quali reti e con quali eventuali interventi organizzati. Per rispondere alla domanda che resta aperta: Siher ha davvero fatto tutto da solo?